La morte di Baldoni

    La morte del giornalista Baldoni, al di là di tutte le incertezze sulla ricostruzione del viaggio del convoglio della croce rossa, dei dubbi se esiste o meno il video raccapricciante: suona come un allarme sinistro difficile da equivocare. Non conta nulla essere in Irak per ragioni di pace o di guerra, per soldi o solidarietà, per uccidere o per arginare il male. La presenza occidentale in Irak è diventata un tafano insopportabile per gli Irakeni, anche quando SIAMO (noi tutti, volenti e nolenti) lì per testimoniare la guerra e i suoi orrori.
Baldoni era un "ficcanaso" che stava dalla parte dei vinti. Un pacifista contrario alla guerra. Uno che voleva informare i suoi lettori senza filtri e reticenze calandosi nel baratro e preoccupandosi di riportare a casa la pelle. Non era un avventuriero cui piaceva il rischio, semmai il contrario, un serio professionista dell'informazione.
Con il suo barbaro omicidio, non è più il caso di richiamarsi al pacifismo ne alle distinzioni tra radicali e riformisti, tra fautori del "tutti a casa" e attendisti del "non possiamo andarcene lasciando che le cose vadano a modo loro". Qui è soltanto questione di buon senso: siamo entrati, senza averne chiara consapevolezza, in una guerra che nemmeno il Parlamento egemonizzato dalla destra ha votato. Abbiamo aggirato furbescamente il coinvolgimento diretto nella prima fase, ma poi, abbiamo svolto lo stesso ruolo degli altri. La morte di Baldoni impone ai leaders politici italiani a rivedere le proprie decisioni e a riflettere sulla nostra presenza in Irak.
Non si rimane in una guerra non-dichiarata, per la stessa ragione che non si adoperano armi senza sapere esattamente ciò che si fa, e ciò varrebbe anche se volessimo prescindere da qualsiasi altra
considerazione etica.
Non dobbiamo dimenticare che ogni popolo ha diritto all'autodeterminazione. Se è necessaria una presenza ONU in Irak, bisognerà che essa sia percepita dal popolo irakeno come qualcosa di radicalmente diverso rispetto alla presenza americana, ma tale prospettiva appare oggi lontanissima.
Per questo qualsiasi persona di buon senso, comunque la pensi, non fa fatica a vedere che non ci sono neppure lontanamente le condizioni per rimanere in Irak un solo giorno in più.
Credo che dalle periferie del nostro paese, dal mondo del lavoro e dell'associazionismo, debba venire una forte richiesta di mobilitazione. La sinistra deve essere la promotrice di una grande manifestazione nazionale a favore del ritiro delle nostre truppe dall'Irak.
Pasquale Morabito