La tragedia di Torino
Non vi era dubbio che dopo la tragedia di Torino, si aprisse nei mass media un dibattito. Era scontato che, come successo altre volte, in tanti facessero cadere la colpa dell’accaduto, oltre all’azienda, sul sindacato. Forse, come altre volte, alla fine si dirà che pure gli operai hanno sbagliato. Questo paese è strano, però, non vi è da meravigliarsi: ha poca memoria, profondamente egoista, pieno di caste inclini a badare ai propri interessi. Poi, ci sono gli opportunisti, politici e dell’informazione. Molti pennivendoli che ne approfittano per far risaltare non tanto i motivi della tragedia, ma il dolore e la reazione del padre, della madre, di figli e moglie dei morti. Quindi si mette in primo piano lo scoramento ed il dolore, la rabbia e le invettive. Inoltre, si aprono “una tantum”i forum di discussione, dove, soggetti, lontani anni luce dai lavoratori e dei morti, giudicano e cavalcano l’onda emotiva. Succede da sempre. Basta ricordare le tragedie del passato. Ad esempio Pietra Ligure, i funerali dell’operaio R. Mollica, vittima del lavoro nei cantieri del tirreno. I 13 operai di Ravenna ecc. Fatti, lontani nel tempo, per cui il mondo del lavoro s’era mobilitato con proteste massicce. Basta ricordare le vittime dello sfruttamento, del lavoro nero e del non rispetto delle norme di sicurezza, che si moltiplicarono sin dagli anni delle grandi ristrutturazioni.
Lunedì 10 dicembre 2007 a Torino, cosi come a Ravenna ed a Pietra
l. molti anni prima: i lavoratori erano amareggiati, incazzati. Oggi come allora, nei cortei si parla d’impotenza nei confronti del sistema di sfruttamento, che caratterizza molte imprese ed aziende italiane. I principi fondamentali della sicurezza, della prevenzione, dei diritti umani, morali, professionali e sindacali, furono letteralmente calpestati nel nome
dell’Italia che “tirava” ed oggi nel nome del profitto, della competitività e
della globalizzazione. A Pietra l., davanti al cimitero, quando gli striscioni dei CdF e del sindacato si disposero per l’ultimo saluto alla vittima: una donna, con il volto segnato dalle lacrime, in stretto dialetto ligure, disse: “Duviè pensaghe primma e nun dopo“; mentre a Torino si sono fischiati i politici ed il sindacato?
La frase di Pietra l. colpì e face riflettere. Come devono fare riflettere i fischi e le parole di quel padre davanti al corteo di Torino. A Pietra l. ci si rivolgeva ai CdF, ai molti compagni di lavoro di Mollica e, ai moltissimi delegati sindacali, compagni di lotta. Era rivolta a loro in quanto tali? Voleva essere un semplice ammonimento a vigilare di più nei posti di lavoro, oppure era un rimprovero al movimento, perché non all’altezza di tutelare i diritti e la sicurezza dei lavoratori?
Tanti interrogativi, però, quella frase, era stata indirizzata proprio ai CdF, oggi RSU, e ai sindacati. La riflessione si poneva non solo a loro ma a tutta la sinistra. Quella donna, come il padre ed i fischi di Torino, sono un accorato appello al sindacato, come istituzione a tutela dei deboli e dei lavoratori. Sono un monito ai politici (frutto di un’educazione sociale di cui la sinistra e portatrice) rei di avere abbandonato i lavoratori a se stessi. Certo l’anziana signora, il padre di Torino e la madre dell’operaio che resta in gravi condizioni, sono da comprendere. Però questo paese, rimane davvero strano.
Il sindacato, i CdF, le RSU, il movimento non erano e non sono immuni da critiche. Non sono perfetti, anzi, sono criticabili e qualcuno farsi l’autocritica. Considerazioni che appaiono giusti rimproveri al sindacato, se ne sentono dappertutto, a partire dai fatti gravi di Ravenna. In quella ed in altre occasioni, questi fatti, sono cavalcate dagli opportunismi politici, che si ricordano degli operai e della sicurezza elusa e non applicata nei posti di lavoro. Talvolta, si ha l’impressione, che da queste considerazioni e modi di pensare, si giustificano le Istituzioni, perché a posto con le Leggi e si commisera il comportamento del “Padrone”, in quanto, fa del bene dando lavoro. Quindi, un “Poveretto” cui capita una
disgrazia. Mentre la colpa della mancata assistenza e l’inadempienza della sicurezza e prevenzione sta nel lavoratore e nei suoi rappresentanti sindacali. Solo pochi vedono il non rispetto degli accordi o dello Statuto dei lavoratori. Ripassando la storia degli ultimi 20 anni: dai cancelli di Mirafiori nel ‘79’ alle grandi ristrutturazioni delle aziende a PPSS e dei porti: Dove e quando, i lavoratori non ci avevano pensato prima?
Che significato si è dato alle lotte contro le ristrutturazioni selvagge, miranti solo a peggiorare le condizioni di vita, di lavoro e i diritti dei lavoratori?
A metà percorso delle grandi ristrutturazioni, si scoprirono le situazioni di sfruttamento e precarietà in cui versavano gli operai e ci si stupiva. Il peggio non era ancora passato e già si capiva dove si andava a finire. Basti pensare alle Colombiani ed alle olimpiadi. Ciononostante si continuò con le false riforme del lavoro, con la mobilità e la flessibilità, la polivalenza e le cessioni di ramo d’azienda, specie con i servizi e le manutenzioni, che peggiorarono le cose. La classe operaia da sola fece e fa il possibile, per i miracoli ci vuole dell’altro, certamente non le giuste lacrime dei parenti delle vittime, ma neanche i coccodrilli che a loro si affiancano solo in quel momento.
La verità è un’altra: la classe operaia è passata di moda, non fa più notizia e cultura. Quando lo faceva: tutti la temevano perché, portatrice di rinnovamento e cambiamento; stampa e televisione, intellettuali, giornalisti e pennivendoli, parlavano dei lavoratori, solo per dipingerli “sporchi brutti e cattivi”, per dire che erano superati, dinosauri, arroccati e corporativi, che rovinavano l’economia. Per tanti anni si é parlato di lacci e laccioli, di costo del lavoro, di superamento del sindacato. In particolare, gli anni 80/90 sono stati per i lavoratori dipendenti e pensionati uno stillicidio, sottoposti ad un duro attacco nelle condizioni di vita e di lavoro, che portarono, loro, indietro di 30 anni.
I lavoratori avevano avvisato subito quei pericoli e ci avevano pensato. In quel momento, se vi era ancora un po' di dignità e rispetto umano nei luoghi di lavoro, era dovuto al fatto che, pur con tanti errori, il movimento, grazie alla sua componente progressista, era stato in grado di reggere l’offensiva di padroni, governi e forze conservatrici. Pensarci prima e non dopo voleva dire allora “Basta” a chi, rivendicava il “Piccolo è bello e, se privato, ancora meglio”; significa, ancora oggi, cambiare indirizzo politico, sconfessare le leggi capestro che hanno permesso la precarietà, lo sfruttamento, la schiavizzazione del lavoro, che hanno isolato i lavoratori, reso deboli le RSU e arroganti le aziende e i padroni. Dire “Basta” significa, fare leggi adeguate e lavorare per la loro applicazione, significa nominare gli ispettori e farli controllare. Però, significa, anche per il sindacato, rinnovarsi, attuare il turn over al proprio interno, ritornare a fare politica sindacale con e per i lavoratori, andare in fabbrica e nei posti di lavoro tra i lavoratori, garantire i servizi ed i diritti nei posti di lavoro e fuori, mantenere l’autonomia sindacale dai partiti, dai padroni e dai governi. Significa non stare negli uffici sindacali a scaldare le poltrone o a giocare col PC. Significa garantire Si, la competitività aziendale e dell’Italia, ma, anche, non permettere le ingiustizie, la precarietà, le ristrutturazioni selvagge, l’affossamento del sindacato di classe e delle RSU. Non permettere che questo paese abbia il triste primato europeo dei morti sul lavoro.
10 Dicembre 2007