Egregio Direttore,


probabilmente leggendo la mia firma, lei o chi per lei, esclamerà “eccolo di nuovo!”


Purtroppo si, non riesco a fare a meno ad intervenire su argomenti che bruciano sulla mia pelle e su quella di altri lavoratori. Soprattutto non ci riesco, quando tutti parlano, meno che i diretti interessati. Anche se il rischio che corro è di vedere ancora una volta (come decine di volte) il mio scritto cestinato o censurato. Purtroppo devo correre questo rischio. In quanto la classe cui appartengo non dispone di mezzi di comunicazione in grado da far conoscere all’opinione pubblica il proprio pensiero ed i suoi problemi. Non basta per questo, certamente un volantino, oppure una telefonata a Funari, o la semplice apparizione a Samarcanda, con tutto il rispetto e la solidarietà per entrambi, visto le loro vicissitudini.
Probabilmente, non si tratta di possedere i mass media. Senza dubbio ciò che esprimono i lavoratori italiani da fastidio, di conseguenza sono considerati cittadini di quarta serie senza diritto di parola di democrazia e partecipazione se non per delega. Infatti, per loro devono pronunciarsi gli altri: per i loro problemi, i vertici sindacali, per i loro diritti, gli esperti in materia, per i loro figli la scuola, per il rapporto di coppia il clero, per le condizioni di lavoro i padroni e l’azienda, per quelle civili e sociali il Governo. Beninteso, tutto questo però quando avviene, dev’essere compatibilizzato con il sistema e gli interessi rappresentati.


Se si esce fuori da questo schema o se i lavoratori tentano di modificarlo, allora tutti, dai sociologi agli antropologi, dai politologi agli intellettualoidi, giù ad impartire lezioni e a discutere senza curarsi minimamente come la pensano i diretti interessati. Insomma, tutti, cani e porci possono discutere dei lavoratori meno che essi stessi.


Questa premessa (poco m’importa se sono prolisso e logorroico, sulla stampa quotidiana tutti i giorni leggiamo interventi di fessi qualsiasi di fessi e logorroici) questa premessa dicevo, per entrare nell’argomento di questi giorni. Quello che fa sorridere gli imprenditori e conservatori. Che fa tirare un sospiro di sollievo al Governo Amato, che fa salire l’indice della borsa, che raddrizza quanto di storto v’era in Italia, compreso la smorfia di La Malfa. Argomento per il quale si arrabbieranno e piangeranno i lavoratori, i pensionati e le loro famiglie.


Parlo naturalmente del protocollo d’intesa fra Governo Imprenditori e Sindacato. Che poi, si riduce tutto sommato, all’abolizione della scala mobile e al blocco della contrattazione aziendale. Sommati a quelli intercorsi dall’ultima contrattazione vera, per molti lavoratori e aziende fanno dieci anni di blocco. Ovviamente, fatti salvi i tanti casi di contrattazione che in questi ultimi dieci anni, hanno visto come argomento principale la CIGS, la riduzione degli organici, la chiusura d’interi stabilimenti e linee produttive.


Tale protocollo ha portato in certi ambienti, esultanza ed euforia. Persino il presidente Scalfaro ha voluto complimentarsi con il capo del Governo Amato per il risultato raggiunto incitandolo ad andare avanti su questa strada anche se gli ha ricordato, come presidente di tutti gli italiani, di distribuire equamente i sacrifici che gli italiani devono affrontare.


Ora senza voler polemizzare, vorrei chiedere al capo dello Stato, supremo tutore della Costituzione italiana, se gli sembrano equi i provvedimenti adottati recentemente dal Governo e quelli che si appresta a varare nella prossima finanziaria. Vorrei chiedere al Presidente Scalfaro, se l’accordo sul costo del lavoro, fa parte di quel “contratto” che le forze politiche, fecero con gli elettori italiani il 5 e 6 Aprile?
Francamente a me non risulta. Anzi se non erro, la maggioranza degli italiani, chiedeva rinnovamento, giustizia, difesa dello stato sociale, occupazione per milioni di giovani, difesa dei diritti, migliori condizioni di vita e di lavoro, lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, più democrazia e partecipazione. In particolare i lavoratori chiedevano un miglioramento, un’inversione di rotta rispetto a quella sin qui seguita.


Una strada che li portasse fuori dal calvario decennale che li ha sottoposti ad angherie e ingiustizie, che li ha offesi nella loro dignità professionale e di uomini, che li ha falcidiati con le ristrutturazioni selvagge e incontrollate con la CIGS ed i licenziamenti. Che li ha costretti al lavoro nero ed in condizioni disagiate privi di sicurezza, che hanno aumentato gli incidenti mortali e gli infortuni sul lavoro. Francamente non mi pare che le “manovre” politiche economiche e sociali del Governo, insieme all’intesa sul costo del lavoro, vadano nel senso auspicato da milioni di italiani. A me pare che si prosegua la vecchia strada. L’accordo ve nel senso degli imprenditori e delle imprese piccole e grandi, pubbliche e private che siano.
Un accordo che serve a gonfiare ulteriormente gli utili e i portafogli, che continua a permettere lo sperpero nelle imprese pubbliche per ristrutturazioni false ed inutili. Che permette la stravaganza nel lusso sfrenato e ostentato e nel calcio mercato ai padroni.


Quest’accordo ripaga e riscatta la voglia di rivincita e vendetta che industriali e padroni inseguivano e sognavano da anni, nei confronti del sindacato e dei lavoratori. Rivincita e vendetta consegnata loro, da un gruppo dirigente sindacale che forse ha dimenticato il mestiere del sindacato e da un Governo a conduzione socialista (sic!) che con Amato completa l’opera del Governo Craxi.
Anche stavolta si decide senza consultare i lavoratori, senza adempiere ai più elementari principi di democrazia, che natura e storia del sindacato insegnano. Ancora una volta si ricorre agli spauracchi, al disastro del paese, al baratro economico, all’ingresso in Europa e relativi impegni assunti a Maastricht con la comunità europea. Si ricorre alle difficoltà internazionali e alla competitività delle imprese. Insomma, una volta la guerra del Kippur, un’altra il pericolo giapponese e coreano, un’altra ancora la bancarotta ed il debito con la Germania, c’è sempre la scusante e l’invocazione di un “mostro” pericoloso per nascondere il vero obiettivo le incapacità di una classe imprenditoriale e politica e di una borghesia stracciona e piagnona.


Ancora una volta si ricorre all’inganno, al sotterfugio. Si sceglie il periodo feriale (magari qualcuno ha pensato alle olimpiadi) credendo e sperando che i lavoratori avendo la testa altrove, ingoino il rospo e attenuino la questione del rapporto con il sindacato. Sbaglia chi pensa questo. Viene la nausea a pensare che alle soglie del 2000 vi è qualcuno che considera i lavoratori dei “cafoni”. Sbaglia chi pensa “Gattopardescamente” che basta rimescolare ed agitare le cose per un po’ per poi lasciare il tutto come o peggio di prima.


Quest’accordo porta i lavoratori ed i pensionati indietro di 50 anni. Sancisce la morte delle istanze di base, delle RSA e dei consigli dei delegati. Ripaga a calci nel didietro, lavoratori che hanno contribuito da sempre a fare dell’Italia e del lavoro italiano un nome nel mondo. Che hanno difeso questo paese nei momenti cruciali, in campo economico, politico e democratico ed oggi, sono raggirati e minacciati a non reagire. Personalmente non condivido il merito di quest’accordo per le cose dette prima e perché, a garanzia di quest’intesa, vi sono tre componenti (Governo, imprenditori e sindacato) screditati, non rappresentativi degli interessi reali dei lavoratori e del paese. Non condivido il metodo perché pieno di furberie e privo di democrazia e partecipazione.
In quanto i lavoratori, non hanno dato mandato ai loro rappresentanti e quindi, questi sono delegittimati a decidere autonomamente.


In secondo luogo perché non mi ritrovo in questa logica sindacale, restando io, ancorato ad una concezione sindacale realmente rappresentativa e democratica, ad un sindacato costruito e governato dalla sua linfa vitale, gli iscritti e i lavoratori.
Resto affezionato ad un sindacato pluralista, adeguato alle problematiche odierne, ma dove ognuno conta per ciò che rappresenta. Un sindacato dove chi sbaglia paga e dove, chi si deve dimettere lo faccia prima di rompere la “pentola”. La strada unilaterale, decisionista, della furbizia e del ricatto, non sono nella storia e nel costume del sindacato. Al contrario del dibattito e del confronto anche aspro, che però può trovare ed ottenere consensi.


Mi auguro che da qui a Settembre si abbia un ripensamento e ci si adoperi per correttivi sostanziali di quest’accordo. Se al contrario si difende e si conferma cosi com’è, si decreta la morte del sindacato italiano. Se s’insiste su questa strada, chi ne pagherà le conseguenze, saranno i lavoratori ed il sindacato, in quanto il pericolo che né deriva, sarà la “Jugoslavizzazione” sindacale e la frammentazione dei lavoratori, che saranno alla mercé del padronato e dell’avventurismo corporativo. I lavoratori, che saranno costretti a sperare in un DiPietro per la difesa dei loro diritti e della loro dignità.


Personalmente lotterò contro quest’accordo, scusandomi con i lavoratori che mi hanno eletto se non riuscirò a garantire quanto viene loro continuamente negato, quei principi e istanze di democrazia che gli permettono di pronunciarsi pro o contro anche con un voto, su questo protocollo.
PS nel caso di pubblicazione, diffido l’editore al taglio di questo scritto. L’autorizzo ad eventuali correzioni ortografiche che non stravolgono il senso ed il significato originario.

top