Avanti popolo, avanti tutta o fratelli d’Italia?
Non vi è dubbio che in queste settimane, nelle pagine dell’ovadese si é sviluppata un’interessante partecipazione. Peccato però, che si caratterizza solo come denuncia, prese di distanza, opinioni personali e puntualizzazioni di partito. Peccato che nessuno proponga di incontrarsi pubblicamente. Perché, per avere un vero confronto ed un vero dibattito politico, mancano il reale confronto sul che fare e le proposte sui problemi, anche quelle alternative.
Infatti, mentre la signora De Paoli pone specifiche domande sui problemi e sul ruolo attuale e futuro dell’opposizione, nessuno dei suoi interlocutori e polemizzanti le risponde concretamente, tanto e vero che la signora, una volta simpatizzante del psdi prende le distanze dagli schieramenti. Dal fronte opposto, invece, Luciana Repetto, Fabio Barisone e, prima di loro F. Fornaro ed E. Rava, continuano a sostenere che al PD non vi sono alternative, che i risultati elettorali, nonostante la sconfitta elettorale, sono incoraggianti. Quindi tutti quelli che si riconoscono nell’area di centro sinistra devono confluire nel PD e contribuire a rafforzare un partito stile anglosassone, dove dentro ci stanno tutti dalla Binetti a Turigliatto. Da sinistra invece, per motivi legati alle scelte del PD, dopo l’inaugurazione della nuova sezione e la ricomposizione della diaspora, bocciata, forse perché gli italiani non hanno perso del tutto la memoria storica, assistiamo all’uscita dei socialisti dalla maggioranza in comune, che con il salto del consigliere Pestarino dai DS allo SDI formano un nuovo gruppo. Intanto, sempre a sinistra, A. Figus, rimprovera la sinistra, di non avere avuto il coraggio di diventare europea e di abbandonare la propria storia e, con un colpo al “cerchio ed uno alla botte”: sostiene che il mercato non è né di destra né di sinistra e non può essere visto come meccanismo di giustizia sociale; mentre vede nella globalizzazione la causa della crisi italiana e la sua soluzione nel riformismo economico. Quindi propone un ritorno ai principi mazziniani. Infine, più a sinistra, P. Carruba inveisce contro Veltroni per avere scaricato e cannibalizzato la sinistra. Critica il suo partito (PRC) ed i suoi dirigenti ( Giordano e Bertinotti) per aver sostenuto, anziché farlo cadere, il governo Prodi, contribuito a dare i soldi agli imprenditori, senza riuscire a fare nulla di quello che stava in cuore alla sinistra. Inoltre critica come una decisione stalinista la scelta del cartello elettorale e del logo della sinistra arcobaleno.
Analizzando con attenzione tutti gli interventi, possiamo sostenere che a sinistra, si svolge un confronto a distanza. Si, perché nelle loro esposizioni, tutti parlano da sinistra. Il problema e che ognuno difende il proprio orticello senza rinunciare a nulla per contribuire a dipanare la nebbia che offusca la sinistra e impedisce di fare sintesi unitaria. Non basta l’intero settimanale per vagliare i quesiti e interrogativi proposti da ognuno e dare risposte tuttavia azzardiamo un analisi.
Il risultato elettorale del 13 e 14 aprile, le proporzioni storiche della sconfitta, i significati che l’accompagnano, impongono invece, una riflessione vera e profonda. Le domande sul futuro della sinistra sono aperte, comprese quelle su S. D. Non vi è dubbio che il risultato elettorale segna la sconfitta del PD che, non raccoglie consensi al centro e non compete con la destra. Mentre prosciuga la sinistra lasciandola fuori dal Parlamento. Inoltre il PD, compie quella svolta moderata della sinistra e del sindacato, che parte del gruppo dirigente voleva da tempo. Questo solo per governare un paese conservatore. Abbandonando e mettendo in minoranza tutte le istanze di modernizzazione progressista. Le rotture del PD sono tante ed evidenti: Basti pensare al sindaco di Bologna, ex sindacalista a tutela dei diritti del lavoro e della dignità degli individui, oggi, sceriffo a tutela di soluzioni e provvedimenti di destra. Basti pensare alla candidatura del falco Caleano, alle posizioni di Ichino sul mercato del lavoro, oggi maggioritarie nel PD. Tuttavia, la riflessione deve dire perché, tanta gente di sinistra, dai verdi a rifondazione, vuoi per la polarizzazione, vuoi per l’appello al voto utile, con più o meno convinzione, ha risposto al PD. Purtroppo, tutto questo ha pesato e pesa come un macigno anche nello storico schema mentale degli elettori e dei militanti della sinistra per cui, “non c’è salvezza ne luce fuori dalla chiesa” (PCI,PDS,DS,PD).
I socialisti, non hanno convinto per lo stesso motivo di schema mentale. Pertanto hanno preferito gli ex socialisti dentro il PdL. Turigliatto e Ferrando con la loro falce e martello non hanno convinto. Anche l’Arcobaleno non ha convinto. La sinistra si presentava ambigua ed improbabile. Con un gruppo dirigente in crisi nel rapporto con l’opinione pubblica e il suo stesso elettorato. Appariva vecchia e arroccata nelle proprie trincee come dimostra lo stesso dibattito odierno. Se non si ha chiaro tutto questo, difficilmente la sinistra riuscirà ad alzarsi. Ritornare dentro i fortini oppure continuare a non volerne uscire significa la morte. Sinistra democratica e coloro che hanno aderito al progetto unitario della sinistra lo dicono da sempre. Lo hanno ribadito al convegno di Gennaio nella sala giovani della SOMS. Un convegno snobbato dalla sinistra yupp. Dove sono stati elencati i pericoli di una sconfitta e della sparizione della sinistra dopo la scelta dei DS e della margherita. Viceversa, chi pensa che fuori dal PD vi sia spazio, bisogno e futuro per una forza di sinistra, oggi deve aprire con coraggio una nuova fase. Basta chiacchiere. Occorre una sinistra non piegata su vecchie identità, ma, in grado di competere sul terreno gramsciano dell’egemonia culturale. Serve riconquistare, su basi diverse, il rapporto col mondo del lavoro e del sindacato. Riflettere sugli errori, anche quelli sul protocollo-welfare. Non serve un partito classista, ma, un rapporto col ceto medio e la borghesia illuminata ed avanzata che chiede innovazione, etica pubblica, buon governo, riforma della politica, partecipazione nei processi decisionali. Cose che Togliatti pose nel 1946 e portò il PCI ad essere una grande forza nazionale.
Occorre rimettere in moto un processo costituente dal basso quindi, uscire dalla semplice denuncia ed esternazione. Cominciare a praticare il confronto pubblico, smuovendo quella sinistra dormiente o in attesa degli eventi. Uscire dal campanile e guardare ad una prospettiva nazionale ed europea, ai processi globali. Strada possibile, questa, per ricostruire le condizioni di un nuovo centro sinistra, in grado di rappresentare la vera alternativa alla destra.
Per sinistra democratica, questa è la strada e la sfida per cui vale ancora la pena di spendersi e battersi. La sinistra deve competere col PD per fare emergere le contraddizioni in una rinnovata lotta per l’egemonia. Senza per questo apparire come quelli dell’opposizione permanente oppure come quelli “dentro a tutti i costi”. L’elettorato, oltre il PD, ha bocciato pure la sinistra e i suoi rappresentanti. Bisogna prendere atto delle proprie responsabilità e pensare al futuro. Il prossimo anno ci sarà una tornata elettorale. Si vota pure ad Ovada. Quindi, per battere l’idea dell’autosufficienza del PD che andando da solo cerca di presentarsi come alternativa moderata e sostanzialmente fotocopia alla destra, bisogna mettere subito in campo l’idea di una nuova unità programmatica e di governo. Prima di tutto pensare ad una nuova ed unita sinistra. Poi, a quella tra il centro e la sinistra, stabilendo il tipo di coalizione, con chi e per fare cosa. La sconfitta nazionale e quella romana non si possono spiegare solo con l’ondata di destra, ma s’impone, al di la della globalizzazione e dal fatto che siamo una regione dell’Europa, una riflessione sulla qualità dei governi locali. Una riflessione sulle capacità di produrre innovazioni e risolvere i problemi delle città e dei territori, produrre innovazioni e cambiamento. Una riflessione sui nomi e sulla forma delle candidature. Ricordiamo infine, che il centro sinistra, per colpa più del centro che della sinistra, spesso ha evidenziato scarsa capacità di governo su tante questioni locali; ed in molte amministrazioni territoriali si sono nutriti e stabilizzati vecchi e nuovi sistemi di potere a scapito dei bisogni reali e di riforma del territorio e della cosa pubblica. Per ultimo, occorre stabilire e capire se la sinistra è in grado di ritrovarsi oppure se deve cercare e contrattare rappresentanza nei due partiti maggiori. Il PdL e il PD?
Pubblicato sull'Ovadese il 15 maggio 2008