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Egregio dottor Costanzo, Come certamente saprà , i lavoratori del raggruppamento Ansaldo sono ancora una volta in prima pagina e nei palinsesti dei TG regionali e nazionali. Ancora una volta siamo difronte nella ennesima provocazione di un gruppo dirigente che dopo quindici anni di ristrutturazione e centinaia di miliardi spesi per il risanamento, continua a dichiarare che occorre fare a meno di altri 2050 lavoratori. Ancora una volta le incapacità manageriali e politiche ricadono sui lavoratori che da quindici anni vivono in continua ristrutturazione, con la CIGS, facendo una vita di stenti e con loro i propri famigliari. Personalmente non è la prima volta che le scrivo. Per il passato non ho mai avuto risposte. La mia insistenza è dovuta al fatto che mai come in questo caso l’esasperazione ha toccato livelli insopportabili. Sono padre di due bambini di 9,7 e 2,8 anni, marito di una donna malata che deve convivere con una terapia e continui ricoveri ospedalieri. Il dato però che mi spinge a scrivere è quello che in una situazione del genere, nessuno considera gli errori e le incapacità di un nutrito gruppo dirigente che da quindici anni difende solo se stesso. Infatti mentre in Ansaldo sono stati eliminati oltre seimila dipendenti, i dirigenti sono aumentati, sino ad arrivare agli attuali 690 circa e pare, che sono tutti in dispensabili. Ancora una volta paga “pantalone”. Personalmente sono stufo di scrivere ai giornali. Dopo cinque anni di lavoro, in questi giorni ho terminato un’autobiografia di 850 pagine, (di cui le invio i titoli) che presuntuosamente vuole raccontare la storia di questi lavoratori e le vicissitudini, le speranze, di questi ultimi trent’anni. Sono intenzionato a pubblicare anche spendendomi la liquidazione perché sono convinto che la storia vista dai protagonisti possa essere letta e capita meglio che quando viene interpretata da altri. Dottor Costanzo, cerco un editore disposto a pubblicare il libro cosi com’è, senza chiedermi tagli esclusioni di nomi e censure. Non pretendo di fare i “soldi”, non avevo queste pretese neanche quando mi prestai per il film “Padre e figlio” di P. Pozzessere. Allora come adesso voglio fare parlare di una classe e di lavoratori che dopo aver dato tanto a questo paese, vengono raggirati, e presi per i fondelli. distintamente la saluto, suo P. Morabito. |