Caro Presidente D’Alema,

Lei forse non si ricorderà di me, ne ha conosciuti tanti, attivisti, militanti, segretari di sezione del vecchio e glorioso PCI e dell’attuale DS. Io invece mi ricordo benissimo di Lei, non solo per le occasioni, in cui ebbi l’onore di parlarle amichevolmente e da coetanei, anche per il Suo impegno, militanza, passione e proposta politica, dirittura morale, cose che hanno fatto accrescere in me ed in tanti altri, la stima ed il consenso verso la Sua persona, le Sue proposte, le responsabilità di volta in volta assunte. Vede, signor Presidente, io ero orgoglioso di Lei e Le prospettavo un futuro ed una carriera politica di successo, sin dai tempi in cui ricopriva la carica di segretario della FGCI. Ero convinto che un giovane della Sua generazione potesse dare risposte alle speranze di quanti ne avevano le scatole piene di una vita di stenti, sacrifici e amarezze e sfogavano la loro rabbia in cortei per il lavoro, la pace, la dignità, cantando “Bandiera rossa”, “l’Internazionale”, “Bella ciao” e “Contessa”.

Il Suo impegno e il lavoro fatto nelle responsabilità assunte confermarono le mie aspettative. L’ammiravo tanto (l’ammiro tuttora) che alla Conferenza operaia di Napoli volli intervistarLa sulle prospettive dei giovani, dei lavoratori, di una classe operaia quale quella dell’Ansaldo, che mi onoravo di rappresentare, per poi pubblicare sul Giornalino di fabbrica (valido strumento di lavoro per una sezione) l’intervista, a conferma del consenso e fiducia verso la Sua persona e le Sue idee. Ebbi modo di parlare con Lei in occasione di una commemorazione del 25 Aprile in fabbrica, quando Lei, allora direttore dell’Unità, fece a noi compagni alcune confidenze sulle diritture morali di certi notabili democristiani e socialisti, molto in voga e discussi in quel periodo. Le Sue capacità e qualità erano per me le doti giuste per dare una svolta ed un indirizzo diversi e moderni al partito, al Congresso di Rimini. Le cose andarono diversamente, perchè Lei, rispettoso della prassi e disciplina di partito, decise di aspettare momenti forse più favorevoli. Tuttavia, quando questi arrivarono, Lei raccolse stima e consenso con il suffragio di migliaia di iscritti, che condivisero le Sue proposte e quelle scelte che fecero esultare chi per cinquant’anni era stato relegato all’opposizione, escluso dalla direzione di questo nostro paese.

Lei, signor Presidente, ha ridato dignità ad un popolo e al paese, certo non da solo, ma indubbiamente per le Sue capacità. Per queste fu eletto alla bicamerale, per tentare quelle riforme costituzionali che da tempo attendiamo. Non vi è riuscito, non certo per colpa Sua, ma perchè la prima riforma necessaria in questo paese la devono dare gli Italiani nel farsi rappresentare in Parlamento da politici seri e non da venditori d’oppio. Nelle vesti di Primo Ministro ha ottenuto notevoli ed apprezzabili risultati, grazie al nostro partito, al sindacato ed ai lavoratori di questo paese. Oggi il Suo obbiettivo è quello di andare oltre, di caratterizzare l’azione di Governo, risanando l’economia, modernizzando il paese, risolvendo problemi atavici, per migliorare le condizioni di vita degli Italiani, assicurare l’avvenire delle generazioni future e dare un lavoro a chi non lo ha, proponendosi di fare cose di sinistra. Io, signor Presidente, Le auguro di riuscire in questi Suoi propositi. Me lo auguro anche per me e per tanti. Però mi permetta un consiglio: nelle Sue scelte coinvolga i cittadini, soprattutto quelli che L’hanno eletta, forse si perderà un po' di tempo, ma poi le cose saranno più semplici. Riempia i circoli e le sezioni e discuta con coloro che vogliono il cambiamento nella democrazia, perchè vede, in questo paese e nella nostra generazione, l’attesa di una società diversa, più giusta ed umana, era ed è la speranza tuttora da venire.

Chi come me ha subito l’emigrazione, lo sfruttamento minorile in condizioni disumane e ha conosciuto la bolletta di cottimo nei cantieri ed in officina sin dall’età di quindici anni, spera di vedere realizzare, partecipando, almeno una parte dei suoi sogni e delle sue lotte. Chi ha gridato “Pace!” e “basta con i missili !”, vuole un futuro dove le guerre siano veramente abiurate. Chi si è battuto per la dignità e la sicurezza sociale non voleva certo dei privilegi a scapito dei propri figli e nipoti, anzi era proprio per loro che si batteva. Questo implicava, che per qualcuno i privilegi dovessero finire e, quando dico per qualcuno, spero che Lei ricordi di chi e di cosa parlo. Perchè vede, io non accetto coloro che difendono a spada tratta i veri privilegi, ma neppure quelli che vedono soluzioni solo ed esclusivamente in un senso. Insomma, caro Presidente, non mi sento un privilegiato: lavoro ininterrottamente da quarant’anni, oggi, a cinquantaquattro anni, mi ritrovo con 35 anni di contributi effettivi, gli altri il padrone, quello bieco sporco e cattivo, me li ha rubati; sono in condizioni di poter lasciare e godermi il meritato riposo senza avere rimorsi, perchè non ho rubato niente a nessuno, anzi. Tuttavia, per le mie condizioni familiari, che mi vedono con due bambini di quattro ed undici anni ed una moglie disoccupata, invalida senza sussidio, malata e bisognosa di cure costose, sono disposto a continuare a lavorare, a sacrificarmi per dare ai miei figli un futuro certo, ma non sono più disponibile a pagare sempre e solo io e ai due tempi.

A Genova diciamo: “Abbiamo già dato”, ora tocca agli altri. Il Presidente Fazio si dice disponibile a rinunciare ai suoi privilegi, bene, cominciamo da questi, facciamo una riforma che ci veda tutti alla pari nei diritti. Viviamo in una società civile e non possiamo fare il confronto con gli Albanesi. Vuol sapere una cosa, signor Presidente: in Ansaldo, ma non solo, dove da 32 anni lavoro e lotto, dove sono stati investiti migliaia di miliardi della collettività per il rilancio e il risanamento, non c’è posto, sono un esubero e come tale in CIGS, in attesa di mobilità da un anno, con una cifra che non permette di sopravvivere, mentre i “nuovi dirigenti” si comportano come i vecchi. Certo rispetto ad un Kossovaro, ad un disoccupato, sono un privilegiato, me lo ricordava l’altra sera un giovane alla festa dell’Unità ed allora? Perchè non viene consentito a me ed a tanti altri di continuare a lavorare, visto anche, che questo (come dicono) può creare posti di lavoro per i giovani? Ma forse poi, non è cosi. Forse qualcuno continua a puntare il dito in un senso, per difendere i privilegi dei soliti, di quelli che io e Lei, signor Presidente, sognavamo di non avere più in questo paese: Lei forse tirando anche qualche Molotov, come ebbe modo di affermare, io con gli scioperi, lo sfruttamento, lo spappolamento del fegato e l’ulcera, in discussioni e confronti con chi, in questo paese, ha goduto di leggi e favori a scapito delle generazioni future e della collettività nazionale. Vorrei elencarli, ma credo che non vi sia bisogno, perchè rimarrei sconcertato nel sapere che Lei se ne fosse dimenticato.

Comunque alcune cose voglio dirLe: premesso che non accetto e non voglio fare discorsi qualunquistici e di tutt’erba un fascio, (sparando bordate a politici, lobby di potere, ordini professionali, chè, in questo paese si difendono diritti acquisti per grazia ricevuta e per potere), le condizioni economiche e normative, di sicurezza e previdenza, vedono differenziazioni e trattamenti talmente diversificati da ritenerli giuridicamente e socialmente ingiusti e disumani. Ancora più sconcertante il fatto, che nessuno di coloro che vedono i mali di questo paese sempre nella stessa direzione, pensi a una riparametrazione e ridistribuzione con la stessa foga usata verso i lavoratori dell’industria, dell’edilizia e delle categorie più deboli. Vede, signor Presidente, forse la reazione di molti Italiani, nelle recenti elezioni europee ed amministrative, va ricercata nelle cose dette e fatte, negli obbiettivi prefissi ed in quelli raggiunti, in quello che eravamo ed in quello che singolarmente siamo diventati. Forse la fiducia e le speranze riposte sono andate deluse, forse il nostro modo di fare e di essere ricorda tempi che ognuno di noi voleva lasciarsi alle spalle.

Forse molti Italiani, che da sempre guardano a sinistra e a risultati da sinistra, sono sconcertati nel sentire le stesse cose proposte per anni da personaggi sinistri. Forse non tutti siamo contenti di vedere politici, che hanno fatto il giro dei partiti presenti in Parlamento, divenire Ministri e sottosegretari di un Governo di coalizione sì, ma di quel centro sinistra sensibile ai problemi sociali e del lavoro, alle ingiustizie e alla solidarietà, di quel centro sinistra che voleva cambiare. Forse molti speravano di non vedere più, chi nel vecchio pentapartito si era caratterizzato per il rigore a senso unico e in difesa dei privilegi di casta e di potere. Ma forse tutti si aspettano il cambiamento e la soluzione ai propri problemi e per questo si spostano da una parte all’altra nella speranza che questo o quello finalmente dia loro una risposta. Forse la gente è stufa di divisioni interne per questa o quella carica, questo o quel candidato, di trame e comportamenti da vecchia DC, sentire sempre le stesse cornacchie ripetere il solito ritornello. Vede, anche su questo, non serve impedire a chicchessia di parlare e di pronunciarsi prima, durante o dopo qualsiasi avvenimento e su qualsiasi cosa; come la pensano e cosa vogliono alcuni politici di questo paese e “Lor signori”, lo sappiamo da sempre, quindi a costoro bisognava impedire di nuocere, assumere cariche di responsabilità, non fare il contrario, cioè costringere chi non è d’accordo, a lasciare il posto ad altri.

Nel nostro partito è in corso una riflessione, nel mio quartiere ed in sezione discutiamo da due settimane. La riflessione per certi versi ci porta indietro in dibattiti già affrontati; questo non è male, però vede, rischiamo di discutere tra di noi. Ieri sera, dopo le conclusioni del dibattito, mi sono fermato in piazza Petrella: a causa del caldo afoso molti conoscenti e qualche compagno si godevano il fresco di quel poco verde rimasto. Sono stato fermato da loro, che volevano sapere com’era andata la discussione e cosa avevamo deciso. Abbiamo parlato fino alle due di notte e mi creda, non sono distanti da Lei e dalle Sue proposte, se queste vanno sulla strada che insieme abbiamo tracciato, quello che vogliono non è necessario elencarlo, fa parte della nostra storia; se avranno delle risposte salteranno anche tutti quei sondaggi, che vedono e vogliono la gente lontana e delusa dalla politica e dalla forma partito.

Credo, signor Presidente, che Lei non sia cambiato, che la carica che ricopre non Le faccia dimenticare da dove viene e chi L’ha voluta dove si trova, certo, l’interesse del paese e di tutti i cittadini in primo luogo, però, La prego, non butti alle ortiche le nostre speranze, la nostra storia, le nostre convinzioni; non ceda a coloro che difendono solo se stessi, non si faccia interprete degli interessi di quelli pronti a saltare da una barca all’altra pur di stare a galla e godere dei propri privilegi. Noi, signor Presidente, dobbiamo governare questo paese da sinistra, in modo nuovo e diverso, Lei nella Sua carica rispecchia questa possibilità ed il partito tutto La deve sostenere, perchè non vi è altra alternativa; non possiamo consegnare il paese alla destra, che per quanto moderna sia, anche se non usa più l’olio di ricino e veste in cravatta e doppio petto, sempre di destra si tratta e le cose che propone sono vecchie e antidemocratiche. La ringrazio per quanto ha fatto e continuerà a fare, suo amico e compagno di lotta e di partito.

Pasquale Morabito
Genova, 14 Luglio 1999



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