Caro Trentin,


Ti scrivo questa lettera attraverso le pagine dell’Unità, sperando che altri la leggono. Ti scrivo in quanto preoccupato per ciò che sta avvenendo all’interno del movimento, del sindacato e nella nostra CGIL.
Personalmente pur capendo le motivazioni e le condizioni che ti hanno portato alla firma del 31 Luglio, non ne ò condiviso metodo e merito. Le ragioni sono essenzialmente per la storia ed il costume del sindacato specie la CGIL, che tu stesso ai contribuito a rafforzare nel rapporto con i lavoratori e nella pratica della democrazia e della partecipazione.
In secondo luogo, perché di fronte ad un Governo screditato dalla sua nascita, sostenuto da una coalizione politica cieca del risultato elettorale figlia legittima di una politica praticata in questi ultimi anni, che ha portato il paese allo sfascio.
Un Governo che ha dimostrato le sue vere intenzioni dopo l’accordo strappato in mala fede ed in questi ultimi giorni.


Faccio questa premessa per dire che condivido le iniziative di lotta assunte in risposta al Governo, cosi come condivido insieme ed in concomitanza degli scioperi Regionali, la decisione delle assemblee nei luoghi di lavoro per un confronto con i lavoratori.
Sono convinto che la lotta sarà dura e non facile. Che lo sciopero generale nazionale “non scartato da nessuno ed invocato da molti” sarà inevitabile visto l’atteggiamento del Governo e delle forze imprenditoriali che cominciano a “gustarsi” le ricette di Amato.
Però quanto è successo in questi giorni a Firenze, Milano, Napoli e Genova, ci deve far riflettere tutti. All’interno del sindacato, delle forze politiche specie quelle di sinistra.
Condanno per primo gli episodi d’intolleranza e di violenza, non fanno parte della nostra cultura e fanno ritornare alla mente anni in cui tutti insieme l’abbiamo combattuti. Ma per il bene del sindacato, evitiamo di fare analisi a tavolino, di fare processi sommari e alle intenzioni. Evitiamo di etichettare chicchessia, cerchiamo di non fare i professori in cattedra, né sui palchi in piazza, né nelle assemblee, ma affrontiamo questi momenti con comprensione ed umiltà. La contestazione odierna seppure provocatoria e strumentale in alcuni e molto variegata e percorre in orizzontale ed in verticale l’insieme del movimento, aggregando e facendo presa in molti che sono in buona fede.


Oggi a differenza di vent’anni fa ci sono motivazioni oggettive per ciò: le lacerazioni e le divisioni sindacali, anni di ristrutturazioni selvagge che bruciano sulla pelle dei lavoratori, errori commessi, cattivi esempi di funzionari sindacali che predicano bene e razzolano male, c’è Tangentopoli, vi è soprattutto una pratica decennale di accentramento decisionale fatta di compromessi non emendabili che ha penalizzato la democrazia e la partecipazione dei lavoratori. Oggi come te stesso ai detto, il sindacato ha rimesso in piedi un movimento come non si vedeva da anni, bene! non regaliamolo ad altri.
Questo movimento va guidato, governato, utilizzato dal sindacato per salvaguardare i lavoratori e i ceti meno abbienti, per rendere giustizia al sudore e ai sacrifici di chi ha fatto la ricchezza di questo paese, per ridare dignità al mondo del lavoro umiliato e deriso in questi anni.
Se non facciamo questo e si continua con analisi e metodi vecchi e superati dai tempi, da funzionariato burocrate, vuol dire che non abbiamo capito niente di cosa bolle in pentola. Lo dico, perché corriamo questo pericolo.


Gli episodi drammatici di questi giorni, lo ripeto, vanno condannati, ma vanno inseriti in un contesto diverso, che per certi versi può essere più pericoloso degli anni passati.
Da quanto capiamo e sentiamo, o meglio da quanto “vogliamo capire e vedere” dipende oggi la sorte del sindacato. Ciò che si rende necessario e un rapporto diverso con i lavoratori, più stretto e capillare, un ritornare in mezzo a loro, farli discutere contare decidere e partecipare.
Spiegare bene loro, la situazione del Paese, ma darle un obiettivo credibile e coerente, di dove e come vogliamo andare.
Se viceversa si continua con la burocrazia, con i colpi bassi tra le confederazioni, con l’additarci a vicenda, con il rinchiudersi dentro le segreterie a cercare chi ha sbagliato, chi doveva fare e non ha fatto, per confezionare strategie e moventi che offrono la scusa per tirarci fuori da quel poco di unità raggiunta, per avvitarci tra noi stessi, allora il movimento e le piazze non li governeremo noi, avverrà la frantumazione dei lavoratori, non otterremo nessun risultato e la scure di Amato e “compagni” si abbatterà su quelli che vogliamo difendere, portando inevitabilmente alla sconfitta e alla fine del sindacato.


24/09/1992

Spedita all’Unità e non pubblicata

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