| Stralci tratti dall'autobiografia "Storia di Lotte, Lutti e letti" Capitolo XVIII “Domenica 23 Novembre” Era una di quelle giornate anche Domenica 23 Novembre e, come milioni d’Italiani, seguivo la partita di calcio dopo “90° minuto”. La notizia del TG sul terremoto in Campania e Basilicata apparve subito nella sua gravità. Dai primi servizi si capì che l’area colpita era vasta e i danni incalcolabili. Scattarono subito la mobilitazione e la solidarietà. Man mano che si aveva notizie più precise, capimmo che il terremoto era una terribile catastrofe, un atto d’accusa che necessitava subito solidarietà con atti concreti, aiuti e lotta. L’Italia si mobilitò; le notizie sui paesi non ancora raggiunti dalla “Protezione civile” e dai militari confermavano la gravità e la disorganizzazione dell’apparato dello Stato. Sentivamo appelli e invocazioni d’aiuto, vedevamo lo stato in cui versavano i primi centri raggiunti dalla TV: Lione, S. Angelo dei Lombardi, Balvano, per cui immaginavamo, com’erano gli altri piccoli centri dispersi fra le montagne e le valli delle province di Avellino, Salerno e Potenza. Leggevamo dello sciacallaggio politico e camorristico, sui volontari respinti da sindaci, che pensavano ai loro interessi, mentre i feriti morivano senza aiuto. A Genova, come altrove, il sindacato, il Comune e la Provincia, organizzarono la mobilitazione. In accordo con le grandi aziende il sindacato e i C.d.F. decisero una presenza di uomini e mezzi nei centri più colpiti. I primi in grado di partire, furono i lavoratori dell’Italsider ed altri coordinati dal comune di Genova. In Ansaldo GM e GT, oltre 300 lavoratori operai e impiegati, s’iscrissero per partire volontari, coordinati dal sindacato. Molti erano pronti ad utilizzare i propri mezzi per dare un aiuto a quelle popolazioni. Dalle notizie che venivano dalle zone colpite, cercammo di dissuadere chi voleva partire autonomamente, consigliando un volontariato organizzato. Il CdF e l’azienda, si preoccuparono di coprire quei lavoratori provenienti dalle zone interessate e concedere loro il permesso necessario per raggiungere i familiari. Si fece un accordo con la direzione sulle squadre di soccorso e sui mezzi. L’azienda mise a disposizione l’attrezzatura e diverso tipo di materiale per i primi campeggi: tavole, tubi innocenti, materiale elettrico, tubisteria ecc. attrezzatura ed equipaggiamento in grado di rendere autosufficiente una squadra che alternativamente si succedeva con altre nel lavoro, per dare soccorso. Sul materiale occorrente e sulle reali necessità, facemmo riferimento a precise richieste dei soccorritori facenti capo al sindacato ed in collaborazione con le istituzioni che coordinavano i soccorsi. Dall’inizio mi occupai delle squadre di volontari, inserendo in esse una presenza professionale variegata, (dal saldatore all’elettricista, dal tubista al progettista dal muratore al perito e geometra). Con Eddy pensai all’equipaggiamento logistico e di lavoro. Vestiario e calzature furono messe a disposizione dall’azienda; noi, comprammo sacchi a pelo ecc. Medici e infermieri dei vari stabilimenti, assicurarono la presenza. Il paese cui fummo assegnati come sindacato genovese era Laviano, uno dei più colpiti, dove i soccorsi ufficiali arrivarono dopo sei giorni. Il luogo dove Pertini fu investito dalla rabbia e dal dolore dei Lavianesi duramente colpiti.....
Senza Commento Partimmo con la seconda colonna Genovese. Eravamo tre pullman di lavoratori provenienti dal raggruppamento Ansaldo, Italcantieri, Italsider, Bellotti, CMI, con al seguito l’attrezzatura, i materiali, i mezzi (caterpillar, Gru, jeep) e quintali di derrate alimentari e bevande, fornite dalle aziende e dai diversi comitati di solidarietà cittadini. Partimmo di notte, per non recare intralcio al traffico a causa dei mezzi pesanti al seguito..... ..... Avevamo premura di intervenire, forse era possibile salvare qualche disperso sotto le macerie. Fummo forniti di cartina geografica e ognuno di noi cercava di capire com’era quel paesino, per molti sconosciuto e mai sentito..... .....A Bagni di Contursi si vide del movimento e scambiammo, l’odore di zolfo delle acque termali per quello prodotto da qualche carogna d’animale morto. Però, a parte i bellissimi uliveti a terrazzo, non vedemmo disastri. Solo a Quaglietta cominciammo a vedere qualche macerie e un po’ di movimento di mezzi, che dalla provinciale del Sele, s’inoltravano nei vari incroci e diramazioni, in direzione di paesi e località, che avevamo sentito attraverso la TV e la lettura delle cronache dei quotidiani: Calabritto, Colliano, Valva, Oliveto Citra, Senerchia, Caposele, Mater Domini, Teora, ecc. Lungo la strada, tra l’incrocio per Calabritto e quello per Caposele, la jeep con Ferretti e un compagno dell’Italsider ci venne incontro. Quegli ci spiegò che non saremmo andati in paese, l’accampamento sorgeva alcuni km prima. In paese, non vi era una casa in piedi, era pericoloso e d’intralcio accamparsi nelle vicinanze e a ridosso......... Laviano com'era Laviano come ci appariva Subito dopo attraversammo l’accampamento militare. Tra le tende e le cucine da campo, ci colpì una catasta di bare da morto, pronte all’uso, altre erano sparse lungo la strada, che portava al campo e in paese. Ci spiegarono che a Laviano si presumeva fossero 1000 le vittime, però in quel momento il numero era impreciso, come quello delle salme ritrovate. L’arrivo al campo mise in luce davanti ai nostri occhi tutto il disagio, la precarietà che la tendopoli nascente in un terreno agricolo poteva presentare. Arrivammo in un cantiere appena aperto.
Com'era come ci appariva Le ruspe spianavano i dossi e coprivano le buche provocate dallo sradicamento degli ulivi e di altre piante. I compagni dell’Italsider erano pienamente immersi nella costruzione della tendopoli. Erano organizzati in squadre, che collaboravano con i pompieri e l’esercito. Lavoravano al recupero delle salme tra le macerie e in tutto quello che serviva per alleviare disagi e sofferenze....
Volontari al lavoro Riposo e riflessione Avevano costruito una baracca per la cucina da campo e una per consumare il pasto al riparo, sedendosi a turno sulle panche di legno. Stavano portando con l’Enel una linea elettrica per illuminare il campo con alcuni fari sistemati sui pali provvisori. Fango, freddo, dolore, pericoli d’epidemia, assenza di servizi igienici, erano le cose cui far fronte subito. Con queste priorità, ci mettemmo subito al lavoro, dimenticando la stanchezza del viaggio e affiancando gli altri volontari, che non volevano riposare, malgrado fossero da otto giorni, incessantemente, alle prese col disastro e i pochi mezzi a disposizione.
Refettorio e bacheca informazioni Volontari al lavoro .....Ci organizzammo e ci integrammo nelle squadre, continuando il lavoro e migliorandolo, grazie alle attrezzature portate. I responsabili, ci coordinammo con la Protezione civile (militari e pompieri), con i Carabinieri e l’amministrazione locale (il sindacato faceva parte integrante del comitato comprensoriale di soccorso). Inutile nasconderci le difficoltà incontrate, in verità minime tra noi, legate al tipo di soccorso, che sindacato e lavoratori dovevano fornire ed eliminate col dibattito che la sera si affrontava, per meglio portare avanti il lavoro all’indomani. Grosse erano, invece, quelle nel rapporto con l’amministrazione locale. Per essere più precisi, con il sindaco ed in seguito con il potere politico ed economico della zona. Molti consiglieri, tra cui il vicesindaco, apprezzarono e accettarono subito la presenza organizzata dei volontari e del sindacato, il sindaco No!....
Latrine provvisorie Lavandini provvisori .... Costruimmo servizi igienici e lavatoi, inventammo i scaldaacqua con bidoni e resistenze artigianali. Fornimmo il campo di elettricità e acqua potabile, costruendo quattro km di tubatura per l’allacciamento con l’acquedotto del paese. Per questo ultimo lavoro vi furono due episodi significativi: il primo era che, vi erano resistenze nell’utilizzare l’acquedotto cittadino. (Malgrado le analisi fatte all’acqua, risultata pura, si voleva continuare con i rifornimenti con le autocisterne). Il secondo, sul sabotaggio della linea che i nostri tubisti man mano costruivano. (Si verificò che il lavoro fatto di giorno, la notte veniva volutamente sabotato e rotto). “Qualcuno” ci spiegò, che noi portavamo via il lavoro agli “Altri”. Quando capimmo che a rimetterci erano i Lavianesi, già tanto provati, ci adoperammo, affinché l’amministrazione e la Protezione civile assegnassero l’allacciamento in appalto.... .....Subito dopo l’arrivo della nostra squadra, l’organizzazione che ci eravamo dati, funzionava perfettamente e ci accorgemmo di essere sotto utilizzati rispetto alle nostre possibilità e capacità. Decidemmo d’allargare l’intervento ai paesini vicini, che avevano difficoltà: Santomenna e Castelnuovo, mentre a Colliano e Valva vi erano il Comune, il Cap e la provincia di Genova. Al mattino, le squadre di elettricisti e tubisti si riversavano sul campo di Laviano e su quelli di Castelnuovo e Santomenna ed in seguito, sulle case sparse in campagna ed in montagna, dove contadini e allevatori avevano bisogno di aiuto materiale e tecnico. Col passare dei giorni, eravamo in grado d’intervenire dappertutto ed in qualsiasi direzione.
Scalda acqua provvisorio Rifocillazione Lavorammo ai campi base ed in mezzo alle macerie, insieme con i pompieri, al recupero delle masserizie e di quanto era possibile utilizzare dalle famiglie. Collaborammo nella ricerca dei dispersi e nella sepoltura dei morti. A questo proposito, Coliandro, (delegato Italcantieri), lavorò alla saldatura di tutte le bare per renderle stagne, visto che per la sepoltura si doveva aspettare. Quando salii con la squadra in paese, rimasi impietrito di fronte al disastro che mi si presentò. Le poche case in piedi erano inagibili, perché crepate, lesionate e pericolanti; il resto del paese era un ammasso di macerie. Difficile immaginare come fossero prima del terremoto quella via o quella piazzetta. Anche in paese trovammo bare dappertutto, in particolare in quella che un tempo era stata la piazza principale, dove esse erano accatastate vicino la fontana in pietra.
Com'era come ci appariva Laviano prima del terremoto, lo conoscemmo solo attraverso le cartoline recuperate tra le macerie e la testimonianza della gente: un paese non tanto povero, con un’economia agro pastorale e artigianale e con una risorsa naturale come quella boschiva. 2700 abitanti di cui 700 non presenti al momento del sisma, perché lavoratori immigrati, l’emigrazione era molto alta.......
Senza commento Senza Commento Un episodio commovente di cui Antonino (il Sardo fustigatore) fotografò tutte le fasi, fu quello relativo al salvataggio di un somaro. La povera bestia era rimasta imprigionata per oltre dieci giorni dentro una grotta scavata nel tufo e ostruita dalle macerie. Quel ritrovamento faceva sperare chi ancora aveva sotto le macerie parenti e amici....
I morti erano tanti anche tra i cittadini: dopo 15 giorni si erano ricuperate (ufficialmente) 320 salme e si supponeva ve ne fossero ancora una ventina sotto le macerie. Personalmente non ho mai creduto alle voci ufficiali sul numero dei morti a Laviano ne altrove. In un incontro fatto con il comandante dei pompieri in luogo, vidi nel container adibito ad ufficio nell’ex campo sportivo, il grafico giornaliero dei recuperi. (Da uno sguardo e calcolo sommari, i conti non mi tornavano con i numeri “ufficiali”. A mio vedere fra le salme vi erano dei non residenti presenti al momento del sisma e non conteggiati tra il numero dei morti, riferito ai soli Lavianesi). Le squadre, che si recavano in paese per lavorare tra le macerie, indossavano una tuta di carta e una mascherina antipolvere, che, una volta rientrati, bruciavano e gli stessi venivano sottoposti a disinfezione. Il pericolo di epidemie forse estremizzato, era presente, come pure le infezioni igieniche e gastrointestinali. In quelle settimane di dolore e carenze logistiche: i pasti venivano consumati alla meno peggio, si mangiava quello che c’era, lo scatolame primeggiava su tutto.
Il primo giornale dopo un mese In coda per un boccone Dopo 15 giorni eravamo riusciti a portare la corrente a tutte le roulottes e tende, a fornire ai nuclei familiari una stufa elettrica, a fare un impianto idrico in tutto il campo, con lavandini e rubinetti ogni 4/5 roulotte, ad alimentare con acqua corrente i servizi igienici, a migliorare la cucina e il refettorio, che attraverso il self-service offriva oltre 1000 pasti caldi. I compagni che gestivano la cucina, insieme con alcune donne e ragazze Lavianesi, facevano i salti mortali per inventarsi un modo diverso di cucinare lo scatolame e mettere insieme lo stesso tipo di pasta. Le derrate erano stivate alla rinfusa, immagazzinate in spazi insufficienti per poterle dividere per qualità; non vi era nessuno preposto a questo compito.
Sistemazione delle derrate alimentari Scelta dell'abbigliamento Con l’arrivo delle altre squadre ci organizzammo; i primi, a cui diedi il compito di sistemare il magazzino viveri, furono due studenti di Pisa, arrivati al campo con una squadra Ansaldo prima di Natale, mentre quello delle merci varie lo gestiva Anna, una compagna di Genova. Molti aiuti e derrate alimentari, vennero portati dalle squadre, altri dai comitati. Si rivolgevano al sindacato, perché si fidavano e sapevano che avremmo dato allo stesso modo a tutti quelli che ne avevano bisogno. A questo proposito, una sera alcuni componenti di un comitato Belga, che aveva scortato un treno carico di aiuti, ci affidò una parte di quegli aiuti comprendenti generi vari e attrezzature. Stessa cosa fecero in altri paesi dove vi era il sindacato o i comitati popolari ( poco si fidavano delle istituzioni e dei sindaci, in quanto si verificava il dirottamento e l’imboscamento degli aiuti). Questo successe pure a Laviano dove furono scoperti ingenti risorse (stivati in un magazzino di Contursi), di proprietà di un consigliere comunale di Laviano.
“Il suono delle Campane e il Profumo del Pane” Il materiale consegnatoci, lo sistemammo sotto le tende vicino alla cucina. Stranamente la notte dopo, le due tende presero fuoco e andarono distrutti le derrate alimentari. La colpa fu fatta cadere sui falò che li vicino, ardevano notte e giorno per far luce e riscaldare. (Erano i falò dove la sera, seduti sopra una pietra o una panchina improvvisata, noi volontari consumavamo il pasto e facevamo il punto della situazione, decidendo il lavoro per l’indomani). Lo strano incendio aprì una discussione polemica con l’amministrazione. Il sindaco, aveva montato una campagna contro il sindacato, rischiando di compromettere i rapporti con i Lavianesi e le popolazioni vicine. Il sindaco e il potere locale volevano far credere ai cittadini, che la nostra presenza era dettata da interessi di parte, politici e soprattutto economici.... Quella propaganda non passò, (anche se molti Lavianesi erano convinti in buona fede, che tutto sommato, il sindaco voleva l’interesse del paese). La gente, che giorno dopo giorno imparò a conoscerci, rifiutò quel tipo di insinuazioni e si rese conto che l’amministrazione nulla o poco faceva, per alleviare le loro sofferenze. Le poche cose che i cittadini ebbero in quei primi momenti, le ricevettero dai soccorsi volontari: (ad esempio, le prime 35 case prefabbricate, offerte e costruite in 25 giorni, dalla provincia di Pordenone). La gente sentiva il bisogno di riprendere la vita, di ritornare ad occuparsi di quanto rimasto e adoperarsi per la rinascita del paese. Noi sostenevamo, che, pur continuando a piangere i morti, dal terremoto doveva venire un’occasione, per superare problemi atavici, che caratterizzavano quella parte di meridione. Insistevamo assieme al comitato popolare, affinché al campo si riprendessero le attività commerciali del paese, favorendo con i containers e altro, tutti coloro che già le svolgevano. Non capivamo, perché il giornalaio non poteva riaprire l’edicola dentro un containers e stessa cosa dicasi per le altre attività, che non necessitavano di grandi spazi e di particolari autorizzazioni. Dicevamo che i rintocchi della campana, emessi da un altoparlante sopra un container adibito a chiesetta, facevano pensare ad un paese che risorge, che torna alla normalità. Ma un paese, per essere tale, oltre al rintocco della campana, che ricorda il momento e il luogo di preghiera, doveva avere il resto, ad esempio, l’odore del pane caldo, caratteristico di un piccolo paese. A questo proposito, chiedemmo al sindaco di assegnare uno spazio nel campo, per la costruzione di un forno. Si realizza la nuova cucina Costruzione del forno Questo, subito polemico, disse che non poteva costruire un forno e non sapeva dove trovare tanto spazio. Gli rispondemmo che non avevamo bisogno di molto spazio, ci bastavano otto metri per cinque, per costruire noi, un vano in cemento e istallarvi dentro un miniforno che i Belgi ci avevano affidato. Una cosa provvisoria, come il campo d’altronde. Ci rispose che quello, non era un forno, ma un giocattolo, che avremmo perso tempo, e lui con noi, per costruire una cosa che non serviva in quanto il pane arrivava tutti giorni da fuori. Dopo tante argomentazioni motivate, sostenute dal suo vice, ci assegnò l’area per la costruzione, stabilendo che, in seguito, poteva essere utilizzata come lavatoio. Sotto l’esperta guida dei nostri muratori e carpentieri e l’assistenza tecnica di geometri, architetti e periti presenti tra noi, in men che non si dica, costruimmo il locale in cemento e mattoni, dalle fondamenta alla soletta. Lo attrezzammo di lavabo, bancone e ripiano di lavoro, lo fornimmo di acqua potabile e luce elettrica e vi sistemammo quel forno da campeggio, che in effetti sembrava una grossa stufa a legna. Quel fornetto, a cui poco credeva anche il fornaio del paese, (che sul piano della rinascita era d’accordo con noi) era in grado di cuocere cinque kg. di pane per volta. Certamente doveva lavorare 24 ore su 24 per fornire una quantità significativa; non era questo il problema, la questione era ricominciare e al “giocattolo” affiancare un forno in mattoni refrattari. Col fornaio e un volontario di Genova avviammo “la produzione”. La sera del 21 Dicembre, l’inaugurammo, impastando e sfornando pizze. Il profumo si sparse per tutto il campo ed in quella fredda sera, molti sfidarono il fango e la neve che fioccava per venire a curiosare. Per prendere una pizzetta, di cui tanto si sentiva il desiderio, dopo tanta Simmental e creme di riso al latte. Quella sera per un attimo si fece una pausa in tanta tristezza, disagi e dolore. Anche attorno ai falò si cercò di riprendere il ciclo interrotto. Pasquale, il maestro, che sotto le macerie aveva perso la famiglia, restandone sconvolto, iniziò col leggere una delle sue tante poesie dedicate ai volontari e al terremoto. Egidio (il giovane calderaio), presa in prestito la chitarra di Pasquale, cominciò a intonare qualche canzone a carattere sociale per poi arrivare (visto l’interesse e la partecipazione) a Guccini, De Andrè, agli Equipe 84 con Auschvitz. Qualcuno cercò di strumentalizzare anche quei due semplici e spontanei momenti. Si disse che non rispettavamo i morti. Eppure, con noi, vi erano quelli che avevano avuto il n° maggiore di perdite e non avevano più lacrime per piangerli. Erano quelli che più degli altri, avevano il bisogno di ricominciare a vivere.
Natale al campo con la stampa Buon Natale dai Volontari In quello che noi facevamo, non v’erano secondi fini e, se ve n’era qualcuno, era quello di aiutare quella gente e quei paesi a rinascere. Nel farlo, volevamo che avessero la possibilità di avvicinarsi alle condizioni della parte più avanzata del paese. Non eravamo come gli altri, che avevano il bisogno di documentare l’aiuto che davano, come successe in tanti casi e anche all’indomani di quella serata, quando arrivarono gli aiuti raccolti dalla signora Fanfani. Ella si occupò personalmente di consegnare ai bambini e alle donne, un pacco dono, col suo modo caritatevole e distaccato, sotto l’occhio discreto delle telecamere e dei giornalisti, stranamente presenti. Bisogno di ritornare a vivere, ad occuparsi fisicamente e intellettualmente di se e degli altri, costruire una ragione per avere la forza di restare e ricominciare partendo dai ricordi e dalle macerie. Nella baracca del sindacato, nel refettorio, attorno ai falò, di questo di discuteva. Molti erano gli scoramenti e tanta la sfiducia nelle possibilità di rinascita. Molti, ritornati dal nord, dall’estero e d’oltreoceano, si scontrarono con l’inefficienza burocratica delle istituzioni e del potere politico economico ed anche con una sorta di rassegnazione: seppelliti i propri cari, ripresero la strada dell’emigrazione. In tanti scattò invece la molla del disgusto, che diede loro la forza di dire “Basta” e lottare per cambiare e superare gli ostacoli che da secoli condizionano la vita del sud. Si recupera la bottega del falegname Ricominciare significava costruire le condizioni (materiali e spirituali) e le opportunità a questo scopo. Il terremoto poteva e doveva essere un’occasione e la massiccia presenza fisica e politica del sindacato, uno strumento. Per quanto potevamo fare, ci adoperammo da subito in questa direzione. Ripristinare le attività del paese, precedenti al terremoto era il primo obiettivo. Assieme a ciò, ufficializzare e regolarizzare le possibilità e le necessità scaturite col terremoto nella emergenza e nella prospettiva della ricostruzione. Dopo la questione del forno, con alcuni giovani dell’Ansaldo, recuperammo da sotto le macerie, l’intero laboratorio di un artigiano falegname. Era utile al campo e poteva essere utilizzato a scopi diversi. Con la costruzione dei prefabbricati di “DellaValentina” iniziò a circolare il calcestruzzo. Serviva per i basamenti e i muri di contenimento, veniva fornito dalla protezione civile per l’emergenza. Ottenuto il “buono”, dopo contrattazione vivace con il sindaco, costruimmo un basamento in pietra e calcestruzzo per una cucina e mensa degne di questo nome. Il prefabbricato fu fornito dalla Regione Umbria previo interessamento di una compagna della CGIL di Perugia.
Si costruisce la segheria Sotto un baraccone provvisorio sistemammo anche l’attrezzatura del falegname. Inizialmente il prefabbricato per la cucina fu utilizzato come magazzino viveri, mentre la falegnameria cominciò a lavorare per le piccole cose che servivano nel campo. Con l’aiuto di volontari falegnami, alcuni giovani furono addestrati all’utilizzo della pialla e della sega a nastro. Il primo lavoro, fu quello di costruire le croci per le tombe delle vittime. In seguito, si chiese il contributo del fondo regionale per i corsi di formazione professionale. La questione del lavoro era il punto fondamentale per la ripresa e per convincere i giovani a restare. Per questo ci battemmo al fianco dei comitati popolari, affinché anche nelle strutture provvisorie e nell’emergenza fossero utilizzati in forma ufficiale e regolarizzati i cittadini del luogo. (Questo valeva per le mense fin quando si rendevano necessarie e per tutti i servizi legati alla vita di un paese che cominciava a crescere ripartendo da zero). Chiaro che ci scontrammo con la burocrazia e il potere clientelare e politico. Tutte le ordinanze che strappavamo al commissario di Governo, poi erano “utilizzate” dagli amministratori. Tutto ciò che ruotava attorno al sindacato e fuori dal controllo del potere politico amministrativo, era da avversare e respingere, cosi come erano da isolare i cittadini che collaboravano col sindacato e si riconoscevano nel comitato. Il sindaco, nel nostro caso, ma valeva anche per gli altri centri, nel distribuire incarichi, responsabilità e occupazione, provvisoria o stabile, favoriva parenti e amici e le famiglie politicamente a lui vicine. Non accettava la graduatoria dei concorsi precedenti, nel sostituire il personale deceduto sotto le macerie. “Autoproclamandosi Onnipotente”, decideva lui per tutto, compreso la prima assegnazione delle roulotte, dei containers e dei prefabbricati, a partire da quelli regalati dalla provincia di Pordenone, i DellaValentina. (Questi prefabbricati avevano anche uno scopo promozionale, come altre cose regalate o verificatesi nelle zone terremotate). Tutti cercavano di promuovere e favorire come meglio potevano, cercando di accattivarsi le simpatie di quella gente, che viveva una condizione di “Tossicodipendenza per la sopravvivenza”, ogni cosa abbisognava loro, dovevano chiedere per favore, con sottomissione e umiliazione. Anche tra di noi, qualcuno accennò a pratiche di parte. Fu il caso dell’acquisto dei tacchini per Natale ad opera di due nostri funzionari sindacali Genovesi. Con i soldi, frutto di raccolta nelle sedi del PCI ligure, favorirono una finta cooperativa di allevamento di pollame molto vicina alla loro organizzazione, senza per questo, discuterne con gli altri compagni presenti.....
Ambulatorio del campo ....L’episodio riguardava il suo interessamento per le donne che avevano bambini piccoli. Nei nostri magazzini avevamo materiale che puntualmente distribuivamo a chi ne aveva bisogno. Il nostro volontario lo faceva personalmente, andando a cercare le donne, anche nei paesi vicini. Chiaro che il suo, era un comportamento dubbio. Approfittava d’una situazione di bisogno, che spesso rendeva gli interessati vulnerabili sul piano dei sentimenti. Il terremoto aveva cambiato non solo la geografia di quei posti, distruggendo paesi interi, m’aveva costretto le genti ad un sistema di vita impensabile sino al 22 novembre 1980. Caddero barriere e tabù atavici, messo in discussione convinzioni culturali e comportamentali propri della realtà meridionale. La stessa presenza dei volontari e la vita nelle tendopoli e roulottopoli era qualcosa che sconvolgeva usi e costumi, non solo nel rapporto con gli altri, ma anche all’interno dei stessi nuclei familiari. Da questo punto di vista, occorreva stare attenti a come noi stessi ci comportavamo, per non destabilizzare e creare facili illusioni e per non colpire sentimenti di per se già tanto provati. In diverse occasioni, durante e dopo l’intervento in quelle zone, dovetti spiegare ai lavoratori, non di origine meridionale, per quel che io conoscevo, le diversità di costumi, pensiero e modi comportamentali delle genti del sud. Tra di noi v’erano molti che non capivano e non condividevano il comportamento di quella gente, anche di fronte al disastro e all’emergenza.
Bambini Lavianesi e volontari
“Al Centro del Cratere” Alcuni portavano esempi che mal calzavano con la storia e le condizioni del meridione; non si poteva fare un raffronto tra il Belice, il Friuli e l’Irpinia. (Tre Italie molto diverse per storia, cultura e condizioni politiche ed economiche. Queste ultime poi, furono determinanti per lo sviluppo del costume). In tanti non conoscevano la dura verità di una realtà, migliaia di volte denunciata e che il terremoto evidenziò in tutta la sua drammaticità. Nell’alto e medio Sele, non solo Cristo s’era fermato a Eboli. L’abbiamo capito in molti e chi è stato nella zona del cratere non lo dimentica; voleva ritornare ed in tanti ebbero questa possibilità. In parecchi continuammo a mantenere con le zone e la gente un rapporto di amicizia e collaborazione. Da lì emerse la consapevolezza che il modo migliore per aiutare il Sud era la solidarietà e la partecipazione diretta. Fu una seria esperienza, non solo: qualcuno convinto di arrivare in quelle zone ad insegnare qualcosa, dovette ricredersi. Si trovò invece a dovere apprendere realtà, sentimenti, situazioni, e scoprire in maniera tangibile, cos’era e cos’è la questione meridionale. Scriveva la studentessa Laura: ( “Non è cosa facile mettere giù quello che ha significato per me questa esperienza di lavoro a Laviano. Non ci ho pensato ancora. Mi sono lasciata coinvolgere completamente dal dolore, dalla speranza, dalla lotta di questa gente, senza avere il tempo di riflettere su quale fosse il mio ruolo, su come questa esperienza servisse a me e su come io servissi in questo posto. Mi sono lasciata andare in questa fatica, in questa lotta, in questa rabbia, come se fossero le mie. Tempo di riflettere, se il mio impegno ha avuto un valore per me e per gli altri, ne avrò fin troppo, dopo. Fino adesso mi è bastato sapere che qui mi hanno accettata con affetto e simpatia. Mi basta la promessa di Domenico, quel monello alto cosi, che arriva dappertutto e parla sempre di venire ad aiutarmi, quando ci sarà il terremoto al mio paese. Domani parto e mi sembra di andare via da casa mia” ). Quanto diceva Laura valeva per molti di noi, che nel tempo trascorso nelle zone terremotate non pensavamo ad altro se non ai problemi di quelle genti. Ricordo che una sera ebbi una tremenda crisi di dolori addominali, dovuti all’ulcera e al fegato, che mi costrinsero a contorsioni mozzafiato. Il medico mi consigliò il rientro a casa per una visita ed una cura specialistica. Il dottore era un volontario della nostra fabbrica. Vista la confidenza tra di noi, lo pregai vivamente di fare lui qualcosa e rimettermi in sesto, perché non volevo mollare. Mi fece subito una puntura e continuò per tre giorni, ripetendo ogni otto ore ed insieme mi somministrava antibiotici o simili. Non m’interessava cosa, purché lenissero il dolore permettendomi di lavorare. In tre giorni ero di nuovo come prima, anzi stavo meglio. Quando in seguito in fabbrica, ricordavamo quell’esperienza e gli chiedevo cosa mi aveva somministrato, non ha mai voluto dirmelo, trincerandosi dietro il segreto professionale che io, grato, rispettavo. Non fui il solo ad avere problemi e nemmeno l’unico a voler continuare, malgrado le avversità di salute. Molte erano le cause, che provocarono difficoltà sanitarie: la stanchezza, il freddo, il mangiare ecc. Ugo, per esempio, come altri, ebbe problemi di infezioni delle vie urinarie. Per altri motivi Benito non poteva farsi la barba. Aveva la pelle del viso tagliata dal gelo. Un compagno dell’Italsider invece, aveva le mani tutte lacerate e continuava imperterrito a lavorare alle linee elettriche, malgrado facesse fatica a spellare i fili. Tanti episodi vi furono che non voglio elencare. Per molti di noi, profondamente immersi nei problemi dell’emergenza, il mondo non esisteva. Venivamo coinvolti nelle questioni nazionali e internazionali solo se direttamente collegati al terremoto; anche le polemiche e le lotte con gli amministratori e la burocrazia erano motivati da questo fine. Neve al campo base Neve sui terremotati Nei primi mesi, gli argomenti, che maggiormente discutemmo, erano legate al nostro intervento e a quanto dalla politica dipendevano le questioni per cui noi tutti eravamo in quelle zone. Sfuggì a molti e passò quasi inosservato, che con il 1981, qualcosa cambiava nel mondo contemporaneo, con l’insediamento alla Casa Bianca del nuovo presidente Reagan. In pochi discutemmo di quali pericoli si correva il rischio con la politica intransigente di cui Reagan si faceva portatore. Fummo in pochi a sottolineare il fatto, che i primi a congratularsi con lui furono i dittatori dei regimi sudamericani. Cosi come furono pochi in quelle zone a notare la sottovalutazione che Rai TV e la stampa italiana facevano, considerando Reagan un conservatore e non un pericoloso uomo di destra............. ....La stessa stampa, pur in piena emergenza, cominciò a considerare il terremoto non più da prima pagina, salvo casi di “Scoop” interessati, oppure la presenza di qualche personalità politica in visita a quelle genti. A Laviano si verificò con la visita di Pertini, che fu scosso da Michele, (soprannominato terremoto), uno dei più colpiti del paese, (40 familiari sotto le macerie ) e che attirò l’attenzione sul paese. Avvenne anche con la signora Fanfani. Molta stampa al seguito in gennaio, l’ebbe l’on. Almirante segretario del MSI. Per quella visita, tutte le ragazze della mensa e quelle che con noi collaboravano, vollero la fascia rossa con la sigla CGIL CISL UIL, da legare al braccio, come tutti i volontari lavoratori..... .... Ritornando alle visite dei politici e relativa pubblicità al seguito, meno giornalisti e televisioni ebbe Berlinguer, a cui fu riservata un’accoglienza particolare e la cui visita fu molto apprezzata. La sua venuta al Campo Piano di Laviano fu preceduta da una serie di discussioni tra i comunisti sopravvissuti al terremoto.... .......Angelo, il segretario, propose di approfittarne per riaprire la sezione sotto una tenda e riprendere la vita politica in paese in modo ufficiale, visto che gli altri, facevano la politica in altro modo. L’organizzazione del partito non c’era più. Molti erano rimasti sotto le macerie. Però la necessità di una presenza politica organizzata, in contrapposizione al sindaco e con alle spalle un grande partito come il PCI, si sentiva. La proposta di riaprire la sezione e creare un gruppo dirigente, avanzata da Angelo, stimato boscaiolo del paese, fu ripresa e discussa da un gruppo di giovani che militavano e si riconoscevano in Lotta continua e altri gruppetti. Rocco, leader di questo gruppo e del comitato popolare, nipote di Angelo e fratello maggiore di “Michele terremoto”, si adoperò per convincere il gruppo ad entrare nel PCI e ricostruire in paese la presenza di un grande partito. Motivò quella sua scelta e decisione come l’unica possibile per aiutare a ricostruire il paese e combattere tutte le storture, i soprusi, le speculazioni e i ritardi che attorno all’emergenza e al terremoto ruotavano. Rocco, intuito molto prima di altri cosa si sarebbe scatenato attorno alla ricostruzione e a quali prospettive potevano aprirsi per quelle zone, mise a disposizione se stesso, il suo dolore e le sue 40 vittime, a favore di una ricostruzione, rinascita e sviluppo di quelle zone del sud. Quella sera sotto la tenda, quando spiegò il suo “Progetto“ vi erano anche i volontari che da oltre un mese lavoravano insieme con loro, al comitato popolare e al coordinamento dei comitati.........
senza commento .......chi, come me, era del PCI e d’origine meridionale, ne fu particolarmente commosso, anche se la scelta poteva ed in quel momento era, opportunistica. Altri militanti di estrema sinistra o del PDUP la capirono un po’ meno, qualcuna addirittura rimase delusa di quella decisione. Ciò nonostante la scelta fu fatta, il gruppo si affidò e seguì Rocco. La presenza di Berlinguer fu l’occasione per inaugurare simbolicamente la sezione sotto la tenda e consegnare le nuove tessere del partito. Insieme con Angelo e Rocco accompagnai Berlinguer lungo il campo. Lo misi al corrente del lavoro svolto e di quanto stavamo facendo. Lo presentai ai compagni e alle donne della cucina, elencandogli gli sforzi e i disagi che questi sopportavano. Io e Rocco evidenziammo che, a quasi due mesi dal terremoto, l’emergenza non era finita. La stampa e le TV s’allontanavano e trascuravano problemi e disagi esistenti. Personalmente dissi (poi lo scrissi ai giornali) che ritenevo prioritario e urgente sul resto del paese, lenire i disagi, le sofferenze, l’isolamento che i terremotati stavano vivendo. Era sbagliato, ingiusto, relegare in un angolo e nel dimenticatoio quella parte d’Italia. Sapevamo ciò che era stato per le classi dominanti il Mezzogiorno e cosa rischiavano quelle zone senza un continuo interessamento e un controllo effettivo sul da farsi. Berlinguer rassicurò noi e i Lavianesi, che, per quanto riguardava il PCI e il suo segretario, erano ben coscienti dei pericoli che si correvano e della gravità della situazione. Convenne con noi sulla presenza organizzata del volontariato e della solidarietà, che dovevano servire a rilanciare lo sviluppo del Sud a partire dal terremoto. Per quanto riguardava il partito, ci invitò ad utilizzare strutture e compagni per tutto quello che si rendeva necessario, al fine di alleviare, agevolare la vita e i problemi della gente, dalle piccole questioni alle generali che richiedevano l’intervento a livello nazionale e parlamentare, (cosa che in seguito facemmo ).
Capitolo XX “Ritorno a Laviano” Partii con la 127 ed avevo la 24ore piena di documenti prodotti dal sindacato ligure. Riguardavano l’intervento e le proposte per l’emergenza e la ricostruzione fatte in accordi con gli Enti locali e il Governo nella persona del commissario straordinario. Tra questi avevo anche i risultati delle analisi del CNR, fatte sui materiali della casa costruita dal sindaco sceriffo, di cui fornii copia a diversi giornalisti e al sindacato comprensoriale del posto. Anche in quel ritorno ero impaziente e mordevo l’acceleratore. Ricordo che feci sosta solo per fare benzina, pipi e prendere un caffè. A Bagni di Contursi cominciai a guardarmi intorno per vedere cos’era cambiato. Vidi molti movimenti e diversi cantieri aperti. Lungo il tragitto notai parecchio traffico di mezzi pesanti, propri dei cantieri edili, provenivano e andavano nei vari paesi serviti dalla provinciale del Sele. Anziché per Quaglietta, presi la scorciatoia per Colliano Valva; notai i soliti containers lungo la strada, abbastanza sgombra da macerie, e molta gente in movimento. Arrivato all’incrocio con la provinciale all’altezza del campo militare, notai che questo, non c’era più e al suo posto vi era un cantiere. Arrivato al Campo di Laviano, mi fermai dove sorgeva la baracca del sindacato, non vi era nessuno; un ragazzo mi fece segno di guardare nella roulotte al fianco, utilizzata dai due compagni presenti in loco, Tina e Federico: non c’era nessuno neanche li. Mi incamminai verso il punto dove prima sorgevano la cucina e il refettorio. Entrambi erano spariti. Al loro posto vi erano le roulottes e i container che avevano sostituito le tende e le baracche provvisorie. Queste erano costeggiate da una strada male asfaltata e sistemate nel terreno agricolo divenuto battuto a furia di calpestarlo, soggette alla polvere di calce, quando vi erano le belle giornate, e al fango, quando pioveva. In una delle prime roulotte abitava Rocco con Michele e la sorella Milanina. (Anche lì non c’erano, un loro vecchio zio, contento di rivedermi, mi informò che tutti, erano dal sindaco). Percorrendo il campo per arrivare al comune, mi resi conto di cosa in quell’ufficio si stava discutendo.
senza commento A cinque mesi da quel 23 Novembre, i problemi dell’emergenza vi erano ancora tutti. (Il tempo non era molto, ma se vi fosse stata la volontà politica e l’interesse per la gente e non il tornaconto di tanti “affaristi”, probabilmente molti di quei problemi, non vi sarebbero stati). Dovevo costatare che Laviano mi appariva tale e quale a quando l’avevo lasciata; (ad eccezione delle strade asfaltate, dove sorgeva l’insediamento provvisorio, ed una sistemazione diversa delle roulotte). Nel saloncino antistante l’ufficio del sindaco trovai parte del comitato popolare e tanti cittadini, che ascoltavano, quanto si discuteva tra l’ing. e Federico, Rocco, Tina, Nora. (Assuntina e Michele, abbracciandomi, mi misero al corrente della discussione e delle rivendicazioni presentate). Queste andavano dall’emergenza ai ritardi degli insediamenti ai problemi del lavoro. I maggiori contrasti erano tra Tina e il sindaco, perché, oltre a non sopportarsi, questi non si sognava nemmeno di rispondere alle richieste. In quanto a quelle di Nora, non accettava le critiche al piano degli insediamenti provvisori e non tollerava che un Architetto giovane, e per giunta donna, si intromettesse nei progetti di un professionista affermato quale lui si considerava. Per il resto, scaricava tutto sul commissario, sul Governo e sui comitati, che, aizzati dal sindacato, intralciavano e ritardavano il lavoro delle amministrazioni e di sindaci lavoratori come lui. Accortesi della mia presenza, m’invitarono ad entrare. Strinsi cortesemente la mano a tutti i presenti, sindaco compreso, che contraccambiando, disse che era contento di vedermi perché con me, la presenza sindacale era completa. La prima cosa che chiese, fu quella di adoperarmi per far capire a Tina, che le sue richieste erano impossibili e che Laviano non era Lingotto. (Tina proveniva dalla FIM CISL di Torino, mentre Federico dalla UILM di Genova). Secondo il sindaco, essendo io di origine meridionale ed avendo vissuto per due mesi a Laviano, dovevo convincerli, che quanto era stato fatto era il massimo, che, dovevamo aiutarlo, facendo arrivare da Regione, Provincia e Governo provvedimenti a favore di Laviano e del suo sindaco. Gli risposi che la nostra presenza serviva pure a questo, ma che era nostro compito sollecitare la risoluzione dei problemi in tutte le sedi e, siccome ricordavo come avevo lasciato il campo, ritenevo che su alcuni aspetti il sindaco e l’amministrazione dovevano dare risposte. Il mio atteggiamento dipendeva anche da lui; in quanto agli altri due compagni, non ritenevo dovessi insegnar loro niente, avevano molta più esperienza di me. Dopo 5 mesi il numero dei prefabbricati era sempre 47, gli altri, quelli del commissario di Governo, non erano arrivati, perché il sindaco era indietro con la progettazione e la firma del contratto con la Rubner, ditta fornitrice. Eravamo quasi in estate e la condizione igienico sanitaria era precaria; si avvertivano casi di disturbi intestinali per i cibi mal conservati. La mensa, che doveva continuare a garantire un sevizio, era limitata e si costringeva la gente ad arrangiarsi nelle roulotte. L’igiene, per chi viveva nel campo, risultava poco idonea all’ambiente. Costruzione segheria Nei pochi gabinetti “Bunker”, costruiti dalla Cassa del Mezzogiorno, mancava l’acqua calda e scarseggiava anche quella fredda. Con il caldo apparivano rettili e insetti pericolosi. Il terreno era molto polveroso perché coperto da uno strato di terriccio calcifico, che si appiccicava alla pelle e penetrava nei polmoni. Questi erano i problemi immediati, ai quali si doveva dare subito risposte. Per quanto riguardava poi la situazione sociale, v’era da dire, che la democrazia veniva calpestata tutti i giorni. Lo sceriffo continuava a tenere il paese diviso in due: “cattivi e amici”, creando un ghetto politico, oltre che fisico, per quelli del comitato cittadino (salvo qualcuno) e quelli del sindacato. Lui praticava, intrallazzi e illeciti, (coperti con la complicità di amici accattivati, nella distribuzione di sussidi e incarichi in maniera clientelare). Adoperava il denaro spettante alla gente per i risarcimenti dei danni subiti, (che comitato e sindacato avevano strappato con la lotta). Continuava con gli atti provocatori (tipo 24 Dicembre, causando la reazione e la rabbia dei cittadini). Chiaro che per quanta disponibilità poteva esserci in noi, non vi era certo quella di chiudere gli occhi di fronte ai fatti e a quegli atteggiamenti. Parlando con i compagni e facendo il punto della situazione, venni a sapere, che problemi e ritardi ve ne erano in tutti i paesi del cratere, a Laviano, però, questi si moltiplicavano. Il lavoro da fare era tanto e mi rendevo conto che la nostra presenza fisica in rappresentanza della federazione unitaria, da sola non bastava, anche perché noi rispondevamo all’organizzazione di appartenenza e non avevamo potere decisionale. Certo eravamo il sindacato, ma volontari, che collaboravano col sindacato locale. Ciò andava bene fin quando il nostro rapporto era nei limiti del comprensorio, meno bene quando ci rapportavamo a livello provinciale e regionale. In breve mi accorsi di essere anche l’unico dei tre, ad avere una certa fiducia e credibilità nella propria organizzazione locale e di appartenenza. Arrivato al campo, ebbi il problema di come sistemarmi e organizzarmi. In baracca non potevo certamente farlo, oltre tutto era da smontare; nella roulotte del sindacato non vi era posto, Tina e Federico vi stavano già stretti. Nel campo, roulotte libere ce ne erano, ma mi seccava chiederla al sindaco, anche se, non ero il solo volontario ad occupare una roulotte. I primi giorni dormii in quella di Nicola, partito per l’Australia, e provvisoriamente occupata da Nora come ospite. Anche per lei, dopo oltre 5 mesi di permanenza a Laviano, quella soluzione di ospite in giro non poteva andare bene. Attraverso il vicesindaco e Assuntina, riuscimmo a farci dare una roulotte inutilizzata. Vi potevano abitare quattro persone, l’occupai con Nora ed entrambi avemmo uno spazio tutto nostro ed un tavolo da utilizzare come scrivania per il lavoro. In quel periodo Nora lavorava giorno e notte alla riprogettazione dell’insediamento provvisorio. Voleva e poteva dimostrare, che non serviva fare scempio di tante risorse naturali e ambientali, distruggendo ettari di uliveti e terreno agricolo e con loro, mandare in rovina i nuclei familiari, che vivevano in quelle poche fattorie. Nora collaborava con la cooperativa edile che si era costituita e che cercava di concorrere agli appalti per gli insediamenti e la riattazione delle case lesionate. Svolgeva il suo lavoro esente da ogni tornaconto ed interesse personale, anzi, per alcune firme su progetti, dovette pagarsi anche l’I.V.A. Per le contestazioni ai vari progetti urbanistici, a Laviano ed altrove, era malvista e oggetto delle più disparate denigrazioni, più volte minacciata ed una volta malmenata. Era ben vista dalla gente, però, aiutata, capita e difesa dai comitati e dal sindacato. Per il lavoro che svolgeva e per quello che cercava di impedire, tanto, non era sufficiente. Di ben altri aiuti aveva bisogno, soprattutto di essere conosciuta, di acquistare credibilità negli ambienti decisionali. Per quanto potevo fare in quelle zone, la sintonia e collaborazione con lei divenne preziosa. Entrambi avevamo gli stessi obiettivi, esperienze simili alle spalle, eravamo attratti dal sud e dalla sua gente, avevamo a cuore i loro problemi (I care di don Milani era già nostro). Per quanto riguardava gli aspetti politici e sindacali, mi feci carico delle sue esigenze in tutte le sedi e occasioni cui mi rapportavo e intervenivo. Insieme partecipammo in lungo ed in largo a convegni, discussioni, tavole rotonde e congressi sul terremoto e sulla ricostruzione. Accettavamo consigli reciproci e collaboravamo, naturalmente, con gli altri e con il comitato. Presenziammo ai vari consigli comunali nei paesi del cratere e, quando ci fu permesso, facemmo le nostre osservazioni e richieste sui problemi. Ci rapportammo con gli uffici tecnici chiedendo e offrendo collaborazione; trovammo consensi in tecnici, che lottavano con la burocrazia e i “Baroni” ma, prendemmo anche tante porte in faccia. Collaborammo con il CRESM (centro ricerche sociali meridionali ) e investimmo delle nostre convinzioni quanti Enti era possibile: dalla CASMEZ agli uffici tecnici del Commissario straordinario, dalle comunità montane alla provincia e regione, dalle comunità di base alle curie vescovili, dalla magistratura ai sindacati e ai partiti. Quando sapevamo, che in zona vi erano incontri sul terremoto e sui suoi problemi, ci organizzavamo per parteciparvi. Ricordo che pedinavano Zamberletti, come segugi, per strappargli ordinanze e delibere, per denunciare gli abusi e quanto non veniva rispettato dai sindaci. Discutevamo con la gente, cercando il loro consenso, quanto riuscivamo e cosa volevamo fare; certo in alcuni casi rischiammo di essere fraintesi o di essere gli artefici di una divisione tra gli abitanti, come nel caso della difesa delle risorse naturali e ambientali; anche di essere malmenati, quando impedimmo alle ruspe di distruggere una fattoria a Laviano e a Santomenna e quando abbiamo difeso un vecchio pozzo e una vecchia quercia. (In questi casi contestammo insieme con gli interessati, il piano d’insediamento, chiedendo una leggera modifica in corso d’opera, spostando di poco il tracciato di una strada o il restringimento degli spazi tra un prefabbricato e l’altro). In tutti i progetti vi era uno spreco di aree, che a noi pareva eccessivo, visto che si trattava di insediamenti provvisori. Si aveva l’impressione, che urbanizzando aree cosi vaste e cementando zone prettamente agricole, si pensasse ad altro: (alla possibilità di utilizzare dopo la ricostruzione dei paesi, gli insediamenti provvisori, come seconda casa e villaggi residenziali e turistici, in zone, dove il turista arrivava, solo per caso). Denunciammo queste cose ed in molti casi fummo ascoltati, solo perché riuscimmo a fare intervenire qualche giornalista amico e direttamente gli uffici di controllo del commissariato, attraverso conoscenze personali e politiche. senza commento Quando discutevamo e contestavamo i progetti o le delibere comunali, eravamo quasi sempre oggetto di ingiurie e accuse da parte di certi sindaci. (Questi facevano ricadere su di noi i loro ritardi e cercavano di aizzarci la gente contro). La sera, al rientro da una riunione o un consiglio, avevamo timore di fare qualche brutto incontro. (Non sapevamo se la macchina che ci seguiva lungo i paesi terremotati faceva la stessa nostra strada o invece, era di malintenzionati che volevano linciarci). Era certamente una situazione non facile per noi, era pesante per la gente, che viveva in mezzo a tanti problemi irrisolti, che diventavano sempre più pesanti e difficile da capire. Sulla questione del lavoro, in quasi tutti i comuni, avevamo fatto accordi sull’utilizzo della forza lavoro locale, facemmo accordi anche con le ditte esterne e la lega delle cooperative. Con l’amministrazione di Laviano per esempio, era del 25 Aprile l’accordo sul mercato del lavoro, il collocamento, le cooperative ecc. Ciononostante, la questione del lavoro veniva esclusa dalla legge di ricostruzione e dai vari sindaci, per cui in quel momento, la strada possibile era l’iniziativa volontaria della gente, che si costituiva in cooperative. Era una via che incoraggiavamo; poteva essere il mezzo per la rinascita e lo sviluppo, anche se la legge non facilitava le coop. Il lavoro necessitava una risposta immediata.
senza commento Ero convinto e lo ripetevo fino alla nausea: la miccia che avrebbe fatto esplodere il sud, sarebbe partita dalle zone terremotate, con la conseguenza di coinvolgere il paese e il nord industrializzato. (Per questo ci adoperavamo nella costruzione di nuove cooperative, per l’utilizzo e lo sfruttamento delle risorse e condizioni locali. Non volevamo assistenza e finte cooperative come quelle fatte dalla DC in precedenza nel Sud, non volevamo neanche cattedrali nel deserto. non speravamo, come il sindaco, nella costruzione del supercarcere a Laviano). Nel paese s’erano costituite una cooperativa agricola e una edile. In quei giorni, si fuse quella dei boscaioli con i falegnami fondando la coop. Legno. L’obiettivo era di costruire una segheria e sfruttare la ricca montagna e la professionalità locali, a favore del lavoro e della ricostruzione. Era possibile acquistare (per una cifra molto inferiore al suo valore) una segheria completa. (Il macchinario, visionato, era stato ritenuto adeguato alle esigenze e agli obiettivi dei cooperatori). Una volta realizzata, la segheria poteva occupare tra boscaioli e addetti agli impianti 30-35 lavoratori; con la prospettiva di migliorare, una volta avviati. Un impianto così, che sfruttava le risorse locali ed occupava quel numero di lavoratori, non era poco per un paese come Laviano. Probabilmente fu proprio questo (cioè il fatto, che attorno ai 30 lavoratori ruotavano le rispettive famiglie e qualche amico) convinse il sindaco a non accettare il progetto e non concedere un’area per la segheria, ad ostacolarne la realizzazione. L’iniziativa aveva buone possibilità di successo, quindi al sindaco dava fastidio, perché quei lavoratori, erano coordinati da Rocco, che oltre ad esserne il Presidente, era anche il maggiore avversario politico, che poteva scalzare lo “Sceriffo”. Il progetto trovò consenso nell’amministrazione e sindaco di Castelnuovo. Non che questi fossero migliori di Laviano, però il sindaco era più “esperto”, un politico più vissuto. Accettò la richiesta e a sua volta volle che nella cooperativa, vi fossero anche dei suoi concittadini, Rocco e gli altri accettarono. Il consiglio destinò una possibile area dove la segheria poteva sorgere. La zona era ai confini di Castelnuovo e molto più vicina a Laviano. A quel punto le condizioni per la costruzione vi erano, il progetto lo faceva Nora; mancavano solo i fondi necessari per l’acquisto degli impianti e la costruzione del capannone. A questo proposito, il comitato popolare e i compagni del sindacato presenti, decisero di scrivere un appello “un aiuto per Laviano” e di indirizzarlo alle organizzazioni sindacali unitarie nazionali e del nord. Nel documento facevamo la storia di Laviano e le condizioni in cui versava in quel momento, dal punto di vista del lavoro e della ricostruzione. Spiegavamo che l’alta professionalità dei boscaioli, che da sempre avevano lavorato la montagna, era una garanzia. Scrivevamo che era possibile lavorare in loco il legno ed era sbagliato, farlo fare alle grandi imprese altrove. Queste rapinavano Laviano di quel patrimonio forestale, in cambio di pochi posti di lavoro come boscaioli. Nell’appello, parlammo delle altre due cooperative e delle difficoltà a causa dei boicottaggi del sindaco. Quella edile veniva esclusa dagli appalti, perché poco competitiva. (In realtà lo sceriffo la sabotava, perché era nata dalla fusione di una ditta edile a lui concorrente ed il presidente era un altro avversario politico, battuto alle elezioni amministrative). L’appello fu inviato ovunque e accompagnato da telefonate. Federico ed io contattammo tutti i consigli di Fabbrica di Genova e provincia e tutti i comitati Pro terremotati (dove sapevamo esserci ancora fondi disponibili). Facemmo pressione nei confronti della federazione unitaria, affinché orientasse verso il lavoro, tutti i fondi raccolti anziché destinarli ai centri sociali polivalenti. (A questo proposito, in alcuni convegni, come a Lioni e S. Angelo dei Lombardi, sostenemmo che sarebbe stato più giusto investire i soldi dei lavoratori a favore del lavoro). Qualcuno avanzò la proposta di una rete di trasporti che collegasse l’alto e medio Sele con la pianura di Battipaglia Salerno, per togliere l’isolamento di quelle zone e il controllo della manodopera pendolare, in prevalenza femminile, al caporalato. Sul piano del lavoro, ricordo che tra le tante proposte, una era abbastanza convincente e utile, quella della forestazione produttiva. I comitati popolari (noi volontari che avevamo conosciuto le zone, concordavamo) sostenevano che destinare tutti i fondi raccolti dal sindacato per i centri sociali era sbagliato, (perché in quel momento di fronte ai problemi del sud, i centri sarebbero stati gestiti dai sindaci in modo clientelare e vi era il rischio di non vederli funzionare per mancanza di fondi e trasferimenti). Scherzando, qualcuno disse che dentro ci avrebbero messo le pecore. (Queste convinzioni le dibattemmo in ogni convegno; tra l’altro, i fondi producevano nelle banche residui passivi). Pur capendo la decisione e le motivazioni della federazione unitaria sui centri sociali (ricordando quanto noi avevamo fatto nel quartiere di Certosa con il salario sociale) mi feci carico del parere dei comitati e fra i temi, che affrontai nelle sedi sindacali e politiche, obbiettai quella decisione. Lo feci pure a Roma il 29 Maggio, ad una riunione delle segreterie dove fui invitato quale inviato della CGIL a Laviano. L’orientamento però, era quello, e nelle sue conclusioni D. Turtura, rispose che la scelta non era sbagliata, se pensavamo agli anni che sarebbe durata la ricostruzione e al fatto, che anche il sindacato, aveva bisogno di strutture sociali nelle varie località, per il lavoro da svolgere. Ciononostante, per l’appello per Laviano, approfittai di un viaggio a Genova. Parlai direttamente con le organizzazioni e i CdF, illustrai il progetto sulla cooperativa Legno al sindacato, in un convegno alla facoltà di Architettura ed ad un incontro con Comune, Provincia e Regione, dove si fece il punto sull’intervento regionale. Ricordo che in quei tre giorni sfruttai tutte le occasioni. In un incontro tra CdF e direzione Ansaldo, nell’esporre il progetto, parlai dei fondi necessari da raccogliere, 500 milioni, come fossero noccioline. Dissi che la cifra mi serviva subito e lo feci con tale convinzione, da suscitare nei presenti la fatidica domanda: ma c’è o ci fa? Da quel giorno, quando parlo di quell’esperienza, qualcuno mi ricorda quella giornata e quelle frasi. Comunque, quelle esposizioni convinte dettero frutti. Vennero risposte positive da molte parti e da diversi C.d.F. Ritornai a Laviano con tre assegni da 10 milioni cadauno della federazione unitaria. Il sindacato ligure aveva creduto nel progetto e chiese di farne parte con alcuni delegati e di fondare la cooperativa con il nome: Cooperativa Legno Laviano Liguria S.r.l. Per la cooperativa agricola, riuscimmo a far inviare una partita di tubi per la costruzione della rete di irrigazione.
“Cacciare le Mele marce e i forestieri” Più tardi un altro appello fu fatto per quella edile, che ebbe risposte positive. Fui però rimproverato per aver apposto la mia firma a quell’appello. La cooperativa non godeva fiducia (per via del ruolo del presidente ex padrone) avevo firmato perché non volevo accuse di partigiano nei confronti delle altre due, visto che un po’ di rivalità e distinguo si facevano. (Aiutare le cooperative era necessario, la legge di ricostruzione non teneva conto di questa forma imprenditoriale, come soggetto possibile per lo sviluppo di quelle zone). Quei trenta milioni furono sufficienti il 4 Giugno, per fare il compromesso di acquisto (con la segheria del Cesano di Corinaldo, Ancona), dell’attrezzatura, quindi avviare seriamente al progetto e alla costruzione della segheria. Restava il problema della montagna; la richiesta di assegnare l’appalto del taglio del bosco con un contratto a licitazione privata a favore della cooperativa del paese venne rifiutata. Bisognava partecipare all’asta e di solito a quelle, arrivava chi vinceva, gli altri, “bucavano le gomme per strada”. Quella decisione fu un sabotaggio, una provocazione, come solo lo sceriffo sapeva fare. L’ultima in ordine di tempo ed in questo senso, era del 31 Maggio, quando ancora una volta, durante il consiglio comunale, insieme a pochi complici, tentò di far rivoltare i cittadini. Fece appello alla maggioranza silenziosa e cercò di aizzarli contro il comitato e il sindacato per cacciare i “forestieri” e le “mele marce” dal paese. Il linguaggio e la terminologia usata era da squadrista e il suo appello era rivolto alla violenza ed allo scontro fisico. Ciò che faceva pensare ed anche ridere, erano le motivazioni adottate: (“Non si riconoscevano i sacrifici, che faceva per il paese e non si teneva conto che lui, da sei mesi non assisteva ad una proiezione cinematografica”). La cosa era stata preparata (vista la presenza e l’intervento dei suoi “difensori” armati di bastoni). La conseguenza fu la reazione di chi si era sentito definire “Mela marcia” e l’intervento dei difensori. L’assemblea si trasformò in una rissa, sedata dopo un bel po’, con l’intervento della forza pubblica. Sindacato e comitato popolare, avevamo presentato un esposto alla procura della Repubblica di Salerno. Inviammo al Prefetto e al commissario Zamberletti una denuncia dei fatti avvenuti e la richiesta di intervento urgente nei confronti del sindaco (in base alle ordinanze commissariali n° 286 e l’accertamento della 291 e di tutte le altre emesse dal commissario). Chiedemmo al Prefetto di verificare per quali ragioni la forza pubblica (viste le precedenti assemblee determinate da notevole tensione) non era presente sino al momento della rissa. (Nella denuncia dichiarammo che l’atteggiamento e l’operato del sindaco, mettevano costantemente in pericolo l’ordine pubblico ed era un ostacolo grave e pregiudizievole, per il processo di ricostruzione e sviluppo del comune e dell’intera comunità montana dell’alto Sele). Offrimmo alle istituzioni la piena collaborazione per superare gli ostacoli e trovare le giuste soluzioni ai problemi. Denunciando il fatto, facemmo presente come, per certi versi, una situazione critica, pericolosa e negativa, vi era anche per i comuni di Santomenna (sindaco PSI membro della direzione nazionale) e Castelnuovo di Conza. Le giunte in questi comuni erano ambigue, sempre liste di campanile, i partiti erano mascherati; per un certo verso si caratterizzavano come tali, molto di più a Lioni e S. Andrea di Conza. In quei primi giorni di Giugno, era ritornato a Laviano, Pasquale (il poeta), che mancava dal paese già da qualche mese. Quel giorno io ed Ermelindo stavamo facendo un’assemblea con i braccianti e alcuni edili, all’ombra di un albero nei pressi della mensa. Pasquale, anziché salutare, arrivò in mezzo a noi suonando la fisarmonica. Recitava versi strampalati; erano invettive nei confronti del sindacato e dei lavoratori volontari genovesi. Non capivo quel fare ostile, (per un attimo pensai che gli era andato di volta il cervello). Conoscevo i suoi problemi e il dramma vissuto, non mi aspettavo quel suo cambiamento nei nostri e miei confronti. Ero contento di vederlo e cercai di capire il perché del suo improvviso livore. Pasquale disse che eravamo bugiardi, che avevamo raccontato frottole, che non eravamo come lui ci aveva visti e decantati nelle sue poesie al nostro arrivo, che non contavamo niente e che i CdF, non li aveva conosciuti. Urlava le frasi come slogan e alla fine di ognuno dava un colpo di fisarmonica. Scavando nel merito delle sue affermazioni e delusioni, capivamo che era stato a Genova. Con la chitarra in mano, era andato a fare il “cantastorie” davanti ai cancelli delle fabbriche. A suo parere, non aveva riscontrato quel calore che aveva ricevuto da quelle centinaia di volontari a Laviano. Era deluso, perché non era stato riconosciuto dalle decina di migliaia di operai che tra l’altro, a suo vedere, non sapevano nemmeno del terremoto. Venni a sapere il giorno dopo, che Pasquale aveva la pretesa di raccogliere fondi, individualmente, a favore dei senza tetto e un non meglio identificato progetto. Chi lo aveva riconosciuto, cercò di dissuaderlo da quel tipo di “accattonaggio”. La cosa lo fece reagire a quel modo e non solo in quella occasione........ In tutti i comuni vi erano ritardi notevoli sugli insediamenti provvisori, di ricostruzione non se ne parlava nemmeno. (Ad essa si pensava, in un secondo momento, dopo che sarebbero stati consumati quelle migliaia di miliardi, stanziati per l’emergenza e gli insediamenti provvisori). Non vi era comune, che non aveva fatto richiesta di prefabbricati, tutti avevano gonfiato il numero oltre il reale bisogno. (Tutti ricorrevano alla legge sugli espropri per piani di urbanizzazione spropositati. Tutti i comuni avevano consegnato all’ufficio tecnico commissariale i progetti di installazione). Molti di essi furono rivisti dallo stesso ufficio, perché erano di gran lunga alterate, non solo, non si conoscevano nemmeno i dati reali del fabbisogno effettivo di ciascun paese. (Questo, per mancanza di un censimento delle popolazioni, dei nuclei famigliari e degli aventi diritto, del numero delle riattazioni possibili per chi aveva subito danni entro i dieci milioni). Il fatto poi, che tutti i progetti erano gonfiati sul numero e sovradimensionati nelle opere di urbanizzazione, lasciava prevedere, che gli insediamenti andavano aldilà della provvisorietà prevista. ........A nostro modo di vedere, l’intenzione degli amministratori era quella di farli divenire: “villaggi turistici” o residenze permanenti, ritardando e prevedendo una ricostruzione aperta alla speculazione. A questo proposito, ad esempio, vi era polemica sugli spazi antistanti i prefabbricati. A noi parevano eccessivi, sprecati; il sindaco invece li motivava col fatto, che ogni cittadino si sentiva perso senza il suo pezzetto di terra da coltivare. Tutte balle, nei centri storici e negli agglomerati dei paesini rurali, spiazzi uso orto, antistante le case, erano in pochi ad averlo. Poco valevano le nostre contrarietà contro l’ottusità dei sindaci e con le burocrazie locali e ministeriali. Coinvolgendo l’ufficio tecnico commissariale, riuscimmo a fare delle varianti in corso d’opera, ma ci trovammo in presenza di dietro front dei progettisti dei sindaci e degli stessi uffici commissariali....... A Giugno, però, vi erano tali ritardi che lasciavano prevedere un altro inverno all’addiaccio e dentro i containers. (Questo mentre la maggior parte dei sindaci, non si curava della vita che i terremotati conducevano negli accampamenti). Dicevano che i ritardi erano dovuti agli ostacoli che i comitati e il sindacato producevano. (Mentre loro, con la scusa di pensare alla ricostruzione, creavano il deserto, distruggevano l’agricoltura, consumavano vendette personali, mandavano in malora i centri storici ricuperabili, amministravano in maniera antidemocratica, utilizzando anche i brogli elettorali, come a Colliano, dove il tribunale amministrativo annullò le elezioni). Sindaci senza scrupoli, che non servivano al Sud, che con i loro poteri avevano svuotato i consigli comunali, rendendo inesistente il rapporto democratico con i cittadini e provocando gli episodi di drammatizzazione, che portò alla rivolta contro di essi. Successe a San Gregorio Magno, (dove il sindaco fu cacciato in malo modo e la gente in massa, per diversi giorni bloccò l’accesso al paese); a Calabritto, (dove il primo Maggio il sindaco fu dimesso e la gente chiuse il comune con la chiave consegnandola al sindacato). Per non parlare dei tanti assessori e consiglieri onesti, che si dimisero a causa dello strapotere dei sindaci. In molti casi fummo proprio noi a farli desistere. (Per non dare alibi ai sindaci e non suscitare ripercussioni a livello regionale e nazionale, specie se si trattava di consiglieri appartenenti a giunte a conduzione socialista). Ricordo una riunione al PCI di Salerno, dove questo tema fu affrontato calorosamente e si valutarono le conseguenze politiche e le ricadute sui cittadini, (nel caso avessimo appoggiato o provocato crisi amministrative). Ricordo, che per molti l’opinione più benevola era quella, che per dare un segnale e cambiare quello stato di cose, “bisognava appicciare i comuni”. Non era certamente la soluzione a tutti i problemi, ma è pur vero, che in quei momenti drammatici, si aveva l’attenzione solo nei casi di esasperazione e “spettacolarizzazione”, come insegnava il caso “Vermicino”..... ......Uno dei problemi seri era quello relativo alle mense: non per tutti i paesi e cittadini valeva lo stesso criterio. Commissario e sindaci non volevano assistenzialismo, però, questo era necessario, se riferito ai poveri, a chi aveva perso tutto, e agli anziani. (Chi viveva nelle roulotte e nei containers non poteva gestirsi e gli anziani a maggior ragione. In alcuni paesi, le mense dei volontari soddisfacevano un bisogno reale, garantendo un pasto caldo a quella gente). Facemmo accordi con i sindaci affinché quelle strutture consolidate e garantite dal punto di vista igienico sanitario, continuassero ad operare. (Lottammo affinché le persone anziane e sole restassero a carico dei comuni, che le mense, previo pagamento, fossero utilizzate, anche da altri cittadini, dai lavoratori o dai volontari che ruotavano attorno alla ricostruzione). Ricordo Castelnuovo, (dove abbiamo dovuto documentare e sostenere quella reale esigenza a favore degli anziani). Il gruppo che gestiva la mensa era guidato da Maria, (una studentessa del posto che si era dedicata a quel servizio). La mensa era una donazione della Caritas alla parrocchia, ( messa a disposizione della collettività). Parma e Terni che con Castelnuovo erano gemellate, (erano pronte a preparare lo statuto, affinché la mensa divenisse un servizio per tutti). La Svizzera era pronta ad un prestito per permettere al gruppo di iniziare. Però il Comune era preoccupato, che questa poteva divenire una struttura aziendale in seguito, per cui si era espresso per la chiusura. La stessa preoccupazione l’avevano i due ristoranti della zona (distanti alcuni Km l’uno dall’altro e dal paese), che avevano ripreso a lavorare (servendo per un bel po’, viveri imboscati). Le contrarietà al servizio del refettorio, si erano manifestate anche con atti di vandalismo e con il furto del televisore. (Ciononostante, riuscimmo a fare un accordo valido fino al 30 giugno per poi verificarlo, in seguito, a favore di dieci anziani). Per far funzionare la mensa, avevamo fatto incetta di quanto conservato nelle roulotte a Laviano. Permettemmo cosi a Maria e al gruppo di garantire il pasto agli anziani e dimostrare la necessità di tenere aperta la mensa. Al ritorno da Genova, portai il “pesto”, quel giorno, lo feci assaggiare al gruppo, ad Assuntina e famiglia. (Questi ultimi, erano molto vicini, come tanti altri, a noi volontari). Quando potevano erano loro a toglierci qualche disagio. (Avevano avuto il prefabbricato ed erano felici di farci qualche piacere). Nora ed io vivevamo tutti i disagi del campo come il resto dei cittadini. (Eravamo imbarazzati quando qualcuno faceva o si prestava per noi). Non volevamo essere di peso, oppure che si dicesse che vivevamo alle spalle dei terremotati, (eravamo li per aiutare, non per essere aiutati). Con questi concetti stavamo lì. (A Laviano, sebbene fosse aperta la mensa e gestita da alcune donne presente quando ero io a farlo, dal mio ritorno evitai di utilizzarla e lo stesso fu per Federico, Nora e Tina). Quando eravamo in paese, ci arrangiavamo. In molti casi mangiavamo fuori, a seconda di dove ci trovavamo. Alcuni giorni, la nostra cena o pranzo era di un solo panino. (Dalla nota spese, che presentai alla fine del mio mandato, risultò un pasto ogni due, tre giorni). Al panino a volte si alternava la divisione di pane e formaggio e pomidoro con i contadini o i braccianti della piana del Sele ecc. durante una riunione in mezzo ai campi o in un cantiere.
“Speranze e Sogni Delusi” Ricordo una di queste “colazioni di lavoro”, con i contadini di Santomenna. Quel giorno Nora ed io, cercavamo di capire, quanti fossero i proprietari o gli eredi di un’area di 51 mila metri quadrati, interessata all’esproprio, per gli insediamenti e quanti di questi, avessero diritto allo stesso prefabbricato. (La memoria, le tabelle e i confini dei contadini erano più esatti di qualsiasi mappa catastale). Per noi (progetto Nora con indici tabella Zamberletti) occorreva molto meno spazio di quello previsto e si potevano risparmiare parecchie aziende, in particolare quella dove eravamo quel giorno “ospiti” in mezzo al campo. Per il sindaco socialista no, per cui le contestazioni e dimostranze davanti alle ruspe. senza commento Durante la rifocillazione, spiegavo che, quanto stavamo facendo, poteva provocare la caduta della giunta e del sindaco, con il rischio poi di eleggere un uomo legato e controllato dalla camorra. Non vi erano altri candidati in grado di unificare la sinistra e “spodestare“ il sindaco dalla sua lunga amministrazione. A quel punto Gerardo esclamò: “Pasquà, ti candidi tu! Noi ti votiamo!” Nel ricordare l’espressione e la bontà di quel contadino alto e grosso, penso a quante speranze sono state deluse e a tutti i sogni svaniti. Speranze e sogni per piccole cose, fatte da gente povera con un cuore grande e ricco di umanità. Era quella gente, che ci faceva muovere e restare in mezzo alle macerie. Per lei ci prodigavamo e lavoravamo con i nostri progetti, le nostre proposte, le nostre informazioni. A questo proposito preparammo un opuscolo informativo sulla riparazione e riattazione, contenente tutte le accortezze e le norme di legge antisismiche sulla ricostruzione ed alcuni consigli che i tecnici davano. Con Nora interpellai le varie associazioni per firmarlo. Aderirono tra gli altri le coop., la FLC, i comitati popolari il CRESM. Non volle firmarlo invece Annalora Geirola (per la federazione regionale CGIL. La motivazione fu quella che si era in troppi e tra questi alcuni che non erano graditi al sindacato). Non sempre quanto facevamo con i comitati popolari, trovava il consenso del sindacato regionale e nazionale. A dir la verità spesso mi domandavo, (se la riunione a cui partecipavo in quel momento, si svolgeva in quella provincia terremotata o altrove). Dico questo, perché mi capitò di partecipare ai congressi comprensoriali di Eboli, Battipaglia, Salerno, Napoli ecc., dove l’unico a parlare dei problemi dei terremotati fui io. Questo purtroppo successe pure nella CGIL a pochi Km dal centro del cratere dove i compagni che tennero le conclusioni come Ridi, Geirola, D’Agostino tanto per citarne qualcuno, dovettero convenire nel denunciare un certo allontanamento dai problemi ancora aperti. Quello che voglio dire è che si pensava allo sviluppo e alla rinascita del mezzogiorno a partire dal terremoto ed in un certo qual modo si conveniva con le precipitose ordinanze, che stabilivano, burocraticamente, che l’emergenza era finita. (Quelle del commissario erano prese alla lettera, creando dei precedenti per altri, solo quando conveniva ai sindaci e al potere economico). Ad esempio l’ordinanza n° 261, modificata, veniva disattesa dalle imprese con la compiacenza e a volte la complicità tacita dei sindaci. Questa ordinanza appena varata, dava alle imprese appaltatrici un uso sfrenato ed ingiusto del lavoro straordinario. La lotta del sindacato e dei comitati popolari aveva costretto Zamberletti ad una modifica, fissando il principio dei due turni di lavoro nell’arco della giornata. (Significava più occupati, meno sfruttamento ed accelerazione dei lavori, in modo da arrivare al rispetto dei tempi di consegna degli insediamenti). Nonostante la modifica, in tutti i cantieri si facevano lavorare gli operai 12-13 ore al giorno. Eravamo costretti ad intervenire con le imprese, i sindaci e i lavoratori. (Da parte delle ditte, non solo non si rispettava quell’ordinanza, in molti casi non veniva applicato il contratto di categoria). Spesso i lavoratori che protestavano erano oggetto di intimidazioni e ricatti, (quando addirittura, veniva loro negato il riconoscimento delle ore straordinarie prestate, che automaticamente, erano intascate dal caporalato). In alcuni casi eravamo riusciti a sottoscrivere qualche documento con le amministrazioni e le ditte, ma puntualmente non venivano rispettati. Lo stesso dicasi per le graduatorie dell’ufficio di collocamento, (la dove si era riusciti a riaprire gli stessi uffici e a ricomporre le graduatorie). Le assunzioni (quelle poche) erano tutte nominative e controllate dai sindaci. Sul piano del lavoro, qualche risultato positivo veniva dal campo della produzione cooperativistica. Molte cooperative erano riuscite ad affermarsi e a dare impulso positivo alla rinascita. In tante, avevano ottenuto commesse per lo sgombero delle macerie, per cui vi era un giro di centinaia di miliardi. Ad esempio quella di Lioni ottenne una commessa da un miliardo. Un loro problema era il personale tecnico e amministrativo. Vi era carenza ed il rischio era il fallimento e gli arresti per i responsabili, per mancanza di esperti che eseguivano gli adempimenti di legge: libri mastri ecc. Inizialmente una certa assistenza venne dai volontari, tra cui Nora e da tecnici del CRESM del Formez e del sindacato.... .....Si dilapidarono migliaia di miliardi, si illuse la gente con falsi posti di lavoro e fabbriche, (chiuse subito dopo il taglio del nastro, che servirono ai politici locali, a raccattare voti e intascare “mazzette”). Certo, è facile parlare dopo quanto successe e di fronte ai risvolti del dopo terremoto. Facile si, ma io non devo rimproverarmi niente. Negli anni seguenti, più volte mi vennero i crampi allo stomaco nel sentire i TG e quando saltò qualche “coperchio” delle molte pentole del terremoto...... Tante volte mi è successo di vedere e sentire cose che noi già allora, sei mesi dopo il 23 Novembre, avevamo denunciato, a nostro rischio, trovando sordi e muti un po’ ovunque. (Ci vollero anni per capire cose che noi, nelle varie conferenze e convegni avevamo anticipato e riprodotte nei nostri documenti ). Di questo, “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, probabilmente, saremo in pochi a poter dire: io non c’entro, il mio dovere lo feci. Personalmente rispetto a quelle zone, qualche rimorso lo sento, ma non per omertà e complicità, forse per impotenza e debolezza sentimentale. Come dicevo, alla realtà in cui eravamo costretti ad operare, andavano aggiunte le difficoltà di sintesi e coordinamento dei quadri esterni, per problemi unitari. Le lacerazioni in sede comprensoriale e regionale erano forti e andavano aldilà di quelli che erano gli strascichi nazionali. (Si ripercuotevano sugli stessi quadri esterni. Forse a Laviano un po’ meno, perché presenti tre confederazioni e forse perché il rapporto era basato sulla reciproca stima e amicizia. Però ognuno di noi aveva un modo tutto suo di operare e di rapportarsi con gli altri; sorgeva il dubbio, che ognuno portasse avanti disegni individuali)...... ........Dopo sette mesi, anche il lavoro dei comitati popolari divenne discontinuo, fatta eccezione per alcuni. In generale, però, cominciavano a desistere rispetto alla fase iniziale. (In parte era dovuto al fatto che in molti avevano risolto il loro problema personale, in parte anche perché molte erano le delusioni ricevute, sia dai partiti sia dal sindacato locale). Ad esempio, la conferenza di area di Sant’Angelo dei Lombardi, fu disertata da oltre l’80% dei comitati. La stessa fu un fallimento per mancanza di unitarietà e sintesi di indirizzi. (In sede unitaria, non si è mai voluto sciogliere il nodo sul ruolo che noi esterni dovevamo svolgere, con che mezzi e con quali poteri contrattuali). Eppure lì, al centro del cratere, in mezzo ai problemi, alla gente che lottava per la ricostruzione e la rinascita, per la sopravvivenza, c’eravamo noi volontari. (Eravamo delegati e militanti o semplicemente tecnici, con alle spalle un’idea, una convinzione e anni di servizio nel sindacato). Quanto fatto poteva esserlo prima, triplicato, se vi fossero state maggiore attenzione e credibilità, alle denunce e proposte. Non eravamo “cani sciolti, schegge impazzite”, influenzati dagli slogan del terrorismo, che in Campania era dentro il sociale. (Eravamo parte integrante del movimento sindacale a contatto diretto con il “lavoro” e con ciò che rappresentava l’officina, il cantiere, la scuola, quelli che condannarono e denunciarono il terrorismo)..... ........Tanto meglio se restavano nelle zone terremotate, in rappresentanza di un sindacato che in realtà era assente e distante. (Non era il mio caso, ma valeva per molti altri di mia conoscenza presenti in zona; comunque, il comportamento complessivo del sindacato lasciava questa convinzione). Probabilmente la stangata di Marzo del governo Forlani, l’attacco alla scala mobile, la questione Alfa Nissan, lo scandalo della P2, la caduta del governo ecc.: erano problemi più grossi di quelli che ponevamo noi, ma è pur vero, che il sindacato (attraverso quella meravigliosa spinta di solidarietà) poteva giocare un ruolo diverso e decisivo per le sorti del mezzogiorno. Avere anteposto le divisioni unitarie (e abdicato a favore delle imprese, dei partiti di Governo, aveva significato perdere un’occasione e avere contribuito a quanto poi accadde). Quanto succedeva in quelle zone (la questione Cirino Pomicino era un segnale) doveva far riflettere; (molto di più, quanto succedeva nel paese, dove ogni giorno uno scandalo occupava le cronache dei giornali, tanto da diventare un fatto quasi assuefatto). ......No! non era l’Italia degli scandali, era ben altro. Era lo scollamento di un sistema di potere, che aveva avuto il suo centro di mediazione e rappresentanza nella DC. Un partito, che s’era confuso con lo Stato, (in barba ai principi costituzionali di Dossetti e La Pira) divorandolo e privatizzandolo, e che, con il terremoto, si apprestava a continuare, rinunciando a qualche fetta di torta, (in favore di nuovi alleati, che garantivano la continuità). Purtroppo il sindacato (non tutto) si accontentava delle solite verifiche e alchimie ministeriali, che lasciavano intatto il sistema, senza sciogliere il vero “cancro” della democrazia che paralizzava il paese e le prospettive di sviluppo, sottoponendosi esso stesso all’attacco delle forze conservatrici e reazionarie. Certo la Confindustria minacciava di abbandonare il patto del 75, (ma noi eravamo fermi a prima di Montesilvano, alla discussione per la sua applicazione e molto distante da Montecatini). Eravamo convinti e consapevoli di aver fatto un buon lavoro, fino alla grande manifestazione di Eboli, di esserci affievoliti e, dopo lasciando spazio ad altri, continuavamo a dividerci e stare fermi. Quattro mesi dopo Eboli, alla conferenza nazionale sul Mezzogiorno svoltasi a Napoli il 25 e 26 Giugno: facemmo, forzatamente, una mezza autocritica. In realtà, evidenziammo maggiormente (a mio vedere) la frattura nella federazione unitaria. La stessa conferenza, proclamata come assemblea nazionale dei delegati, divenne un attivo interregionale con il contributo e la presenza dei volontari esterni, presenti nelle zone terremotate. Mancavano in quella sede i soggetti principali e i loro rappresentanti naturali, i comitati popolari; i sindacati di categoria e complessivamente assomigliava ad un convegno di esperti, che parlavano tra di loro........... .........(Si denunciò la smobilitazione delle strutture Statali, si chiese la ricostruzione dello staff tecnico a Napoli, e che Zamberletti non lasciasse l’emergenza. Sul piano sociale, si rivendicò il piano di lavoro per la Campania, con un ruolo trainante delle PPSS, in grado di uscire dall’assistenzialismo, con nuovi modelli d’intervento, investimenti e non con dirottamenti). Le proposte, però, mancavano di unitarietà; anche nel confronto-vertenza col Governo, per il piano di rinascita, la diversità erano tante ed accentuate, quando si confrontavano nelle singole organizzazioni, tra le strutture del nord e quelle del sud. (Nel complesso, ci si preoccupò d’evitare clientelismo ed assistenzialismo con la questione Alfa-Nissan senza vedere cosa vi era sotto, del pericolo che la classe operaia si chiudesse in se stessa e, in risposta, proponevamo iniziative con dentro i disoccupati). Denunciammo il tentativo delle “BR” di dividere la Campania e sollecitammo un collegamento tra le lotte e le esigenze della società (a parole) isolando e non concedendo spazio ai “collettivi”..... ..... Come diceva Troisi nel film di quel periodo occorreva “ricominciare da tre” (In un momento di grave decadimento morale e politico, il sindacato doveva farsi interprete, per dare una svolta politica e morale per salvare la Repubblica e la democrazia, rinnovando cosi il paese a partire dal sud e “dall’occasione terremoto”). Occasione, sì! Perché, (come dissi nell’intervento critico per il risultato della conferenza e lo stato del sindacato) non lo era stata per il sud e i terremotati, ma per molti, tanti altri si, grazie anche agli errori. Non per le forze di progresso ed il sindacato, che diceva di essere autonomo dai partiti, mentre era sempre più condizionato dalle forze di governo e imprenditoriali; incosciente di quanto era successo alla Fiat e che poco faceva per evitare le conseguenze logiche di quella sconfitta. In quella riunione, i maggiori contributi e le più severe critiche vennero dai volontari, dai compagni che credevano nel sindacato, di una organizzazione o dell’altra. Ricordo che il mio intervento, (cosi come quello di Rocco, di Renato e tanti altri, fu condiviso da compagni che militavano in organizzazioni diverse delle nostre). Quelli che erano nella zona, salvo qualche sfumatura, erano uniti nel denunciare gli errori che in quel momento la federazione unitaria stava commettendo. Errori che in quelle zone avrebbero avuto conseguenze disastrose, (per un certo verso dava ragione a coloro che dicevano, che il sindacato dopo tre mesi sarebbe andato via dal terremoto). In quella conferenza, un fatto positivo fu quello, che avevo riabbracciato un cugino, che non vedevo da quindici anni, e ci siamo riconosciuti per via dei nostri cognomi. Certo, quello che facevamo noi era una goccia rispetto al mare, ma quello che amareggiava di più era che lo facevamo tra mille difficoltà e in condizioni di precarietà, senza un’assistenza organizzativa alle spalle. prima del 23 novembre Ogni passo, veniva fatto attraverso iniziative e conoscenze personali. (Oppure con collegamenti simili alla catena di Sant’Antonio). Sulle questioni dell’emergenza, del non rispetto delle ordinanze e dei piani d’insediamento: (Nora, Anna, Bruno, Rocco, Luciana, io, ricorremmo a magistrati della procura di Salerno, solo dietro conoscenze personali e indirizzi indiretti. Stessa cosa successe per i pareri tecnici da esperti urbanistici, geologi e sismologi, da singoli professionisti, al CNR e all’università di Napoli). Anche il partito ci dette una mano. A lui ricorremmo per sostenere alcune convinzioni o promuovere iniziative e progetti, fare denunce di abusi ecc. (Ad esempio, si erano spesi tanti soldi per un progetto finalizzato del CNR e poi, si fece fatica a realizzarlo, anche ad illustrarlo nei paesi). Ricordo molti incontri a Salerno e a Napoli, allora segretario regionale Bassolino, dove chiedemmo “aiuto” e impegni. (Antonio, era sempre pronto a riceverci. Negli incontri vi era uno scambio reciproco di informazioni e documentazione di quanto avveniva al centro del cratere e a livello politico e parlamentare. Parlavamo di cosa vi era bisogno e cosa secondo il nostro parere era da inserire nella legge in discussione alla camera). In quella frenetica rincorsa dei problemi e delle possibili soluzioni, nel girovagare da un paese all’altro, spesso mangiando un panino, da quegli andirivieni da uffici tecnici e ministeriali, da sedi politiche e sindacali: era naturale intrecciare conoscenze e scambiare esperienze e informazioni. A quel modo, aggirammo la carenza del sindacato ed allargammo le nostre amicizie che poi si consolidarono nel tempo. Ciononostante, per quello che dovevamo fare e affrontare a quel punto della situazione, un’organizzazione politica e sindacale alle spalle era necessaria, si rendeva indispensabile. Il semplice volontariato e l’organizzazione “ufficiosa” non bastavano più. Si rischiava di fare i “don Chisciotte” dove i mulini al vento (a differenza della favola), erano veramente draghi anzi piovre o meglio idre. Dopo la conferenza di Napoli, malgrado in me vi era combattività e volontà, cominciai a domandarmi se i soldi spesi per rappresentare il sindacato in quelle zone, avevano un ritorno. Se vi era ancora la possibilità di far svolgere al sindacato unitario, un’azione degna e pari agli impegni assunti dopo il 23 novembre e nei primi tre mesi del nostro intervento?............
Questi solo alcuni accenni di quanto vissuto nelle zone terremotate ed in particolare a Laviano. Per il resto, rimando il lettore visitatore alla lettura dell'autobiografia. Oltre 60 pagine delle 640 circa, ripercorrono quei tragici momenti e i mesi trascorsi in quelle zone. Naturalmente, insieme ad altri, mi sono occupato del dopo terremoto e della ricostruzione. Molti sono i ricordi belli e brutti, pieni di soddisfazioni per le cose che si riusciva a realizzare e per quanto ci era politicamente impossibile ottenere. Tuttavia una pagina della mia vita sempre presente di cui serbo dopo 25 anni, l'onore dell'amicizia affettuosa e fraterna di quelle genti.
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