A Ezio Mantero

(tratto da storia di lotte, Lutti e Letti cap. l’8 marzo è l’autoconvocazione)

……... La CGIL scelse di stare con la maggioranza dei lavoratori e dalla parte dei CdF. Indubbiamente fu anche una scelta strategica, che permise di governare il momento e “imbrigliare” il processo di cui i CdF erano portatori. Vi è da dire comunque, che molti protagonisti di quella giornata, o meglio, di quei due anni, ‘83 e ‘84, “caddero in disgrazia” per molto tempo. Alcuni furono isolati, altri si “isolarono”, parecchi dovettero lottare per restare a “galla” nel movimento e nel sindacato, magari “abbozzando” e subendo controvoglia.
Lo sciopero come al solito, era stato preparato minuziosamente, contattando singolarmente i lavoratori e pubblicizzandolo all’esterno attraverso i manifesti.
Prendendo spunto dal film “The Day After”, la CGIL fece la stessa gigantografia con la scritta “Non aspettiamo il giorno dopo”: l’appello era rivolto a tutta la città.

Dalle fabbriche quell’Otto Marzo, partirono i cortei con gli striscioni unitari, per una manifestazione ed uno sciopero contro il decreto sulla contingenza e in difesa del patrimonio industriale Genovese, sottoposto ai tagli pesanti della occupazione. Alcune categorie, cancellarono dai loro striscioni, per protesta, la sigla delle organizzazioni sindacali, che non avevano aderito. Nei cortei però ed in piazza, insieme con le migliaia di mazzetti di mimosa, distribuita da uomini e donne, lo slogan era sempre uno, lo stesso: unità! Tutte le 27 categorie del lavoro avevano aderito allo sciopero, solo pochi politicizzati, non presero parte e questo, anziché far riflettere CISL e UIL sul loro fallimento, li fece reagire. Con cattiveria e “lingua biforcuta”, ribaltarono il risultato. Complici le aziende e alcuni giornali, intrapresero un meschino balletto e la guerra delle cifre sulla adesione allo sciopero e alla manifestazione. Così come fece Pannella in altre occasioni e Berlusconi nel ‘94, volevano dimostrare che, tutti coloro che non erano in piazza, avevano aderito alle loro posizioni. Le aziende non considerarono in sciopero coloro che in fabbrica non erano andati, contando invece solo quelli presenti ed usciti all’inizio dello sciopero. Non era la prima volta, che in uno sciopero indetto mezz’ora dopo l’inizio del turno di lavoro, molti lavoratori, non timbravano e restavano fuori in attesa del corteo. Nel passato, questi lavoratori, poi presenti nei cortei, erano conteggiati come scioperanti, quel giorno no! Era opportunismo politico, come le polemiche, la strumentalizzazione e la divisione.

Disse Fabio Morchio, segretario provinciale PSI: “al PCI è andata male, molti hanno lavorato.... ...Io lo sciopero non lo farei neanche se Craxi firmasse il patto di Varsavia... ...ho sbagliato le mie previsioni, avevo detto che avrebbero scioperato tutti i comunisti Genovesi, invece in piazza ce n’era solo il 10%”. Secondo lui, lo sciopero era fallito, per cui vi erano le motivazioni per continuare a perseverare. “Questa tentazione del PCI a una politica chiassaiola, rischia di provocare una tensione nelle rispettive basi conducendo allo sfascio l’unità sindacale. Ma non pensiamo che i dirigenti del PCI siano impazziti, il vero problema non è il decreto Craxi, ma il fatto che hanno visto in pericolo la loro egemonia sul sindacato”. Dunque eravamo noi a sfasciare il sindacato, a rompere la sinistra, a dividere e tartassare i lavoratori. Peccato che in seguito, di quei comunisti tanto odiati, egli ne avrà bisogno per appagare le sue ambizioni politiche e far sopravvivere un pezzo dei socialisti.

1977 • manifestazione contro il terrorismo

 

Anche De Michelis, ministro del lavoro, si dichiarava contrario alla frattura del sindacato e diceva di lavorare per ricucire, senza rinunziare alla linea che come Governo e PSI si erano dati. “Spesso i divorzi sono frutto non di un’azione consensuale, ma di una iniziativa unilaterale: è difficile bloccare un’azione di questo genere. Noi però non disperiamo. Finche c’è vita, c’è speranza. Bisogna ricostruire lo spazio unitario”. Belle parole, però nei fatti le cose in quel momento gli andavano bene cosi, anche se ce da riconoscere a De Michelis, una certa coerenza, quando diceva “finche c’è vita c’è speranza”.(La visita ad Hammamet, Ottobre 96, il convegno dei nostalgici del Luglio 98, dove Berlusconi e Cossiga, rimpiangevano Craxi, il tentativo di Boselli nel Marzo ‘99 nella conferenza dei socialisti Europei, la strumentalizzazione della malattia e morte di Craxi) confermavano questa coerenza e perseveranza. Aveva ragione anche sul divorzio per motivi unilaterali, solo che mentiva, sapendolo, quando non considerava un fatto grave e unilaterale, l’intervento per legge su una materia di contrattazione sindacale. Era vero, che al peggio non c’è limite, in seguito un altro “cavallo di razza” della stessa scuderia, ma più “sottile”, interverrà direttamente sui conti correnti dei cittadini, grazie a quella strada aperta con San Valentino.

In piazza DeFerrari, gremita come nelle grandi occasioni, Ezio Mantero, segretario della Camera del Lavoro, disse: “Tutto il movimento deve riflettere sulle grandi potenzialità di lotta dei lavoratori Genovesi; siamo orgogliosi di aderire e diventare punto di raccordo per questo movimento, la nuova unità del sindacato può nascere solo dalla vitalità di questa piazza e di questa gente”. Mantero, come tanti altri, si rese conto che quella piazza e quella gente, non era mossa solo dal decreto e che nel chiedere unità al sindacato, chiedeva anche partecipazione e più democrazia. Lo sottolinearono lì, a DeFerrari, come tante altre volte. Però quel giorno, lo evidenziarono quando presero la parola i delegati di base e dei CdF, Peirassi dell’Italsider, Ferretti per gli ospedalieri, Morabito dei portuali e Cavanna per il coordinamento dei CdF.

L’annuncio dell’ultimo intervento, che concludeva la manifestazione, accolto con un’ovazione generale. Anche questo era un segnale, tanto più significativo, quando l’ovazione si ripeteva nei passaggi cruciali del discorso di Corrado. Il “giovane” delegato dell’Ansaldo inizio col dire: “Per chi sa contare, siamo più di 150 mila... Questo è uno sciopero unitario contro un decreto autoritario del Governo, contro i padroni che vogliono chiudere le fabbriche... Non siamo noi gli autoesclusi, ma a restare fuori sono stati coloro che non hanno avuto il coraggio politico di mettersi alla testa dei lavoratori. Questa manifestazione riprende i temi dello sciopero generale, che era stato annunciato dalle confederazioni, per lottare contro Prodi e le sue chiusure, che vogliono uccidere l’economia di Genova. Lo sciopero e contro questi padroni, contro chi vuole chiudere i CdF, chi vuole mettere in un angolo la classe operaia. Questo non sarà permesso... ..noi dureremo un giorno di più del padrone e di chi ci vuole spazzare via”.

La manifestazione e lo sciopero erano riusciti alla perfezione. In piazza vi erano quelli di sempre e non solo i comunisti. Tre cortei, studenti, giovani, pensionati, negozi chiusi, tanta mimosa e tanta fantasia. Uomini e donne stipati sui camion e mezzi meccanici, carri allegorici e persino un calesse tirato da cavalli, in quella giornata dedicata alla donna. L’unico neo, quello, che a concludere la grande manifestazione, doveva essere una donna, proprio per ricordare l’otto Marzo; non fu possibile, perché le quattro ore di sciopero e la grande partecipazione, ritardarono gli interventi. Fu Cavanna, nel suo discorso di chiusura a ricordarlo, con una riflessione sul vero significato di questa giornata, “che non è la festa delle massaie, che ci mostra la televisione, ma delle donne operaie”, un giorno in cui, il contadino regalava la mimosa, per ringraziare la sua compagna, che oltre ad accudire la casa, l’aiutava nel duro lavoro dei campi ………

 

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A Franco Sartori

(tratto da storia di lotte, Lutti e Letti cap. 1983 l’anno dei consigli)

……… Sartori sostenne: Che vi era un elemento di quei giorni, non colto da tutti, dove i comunisti dell’Ansaldo, avevano una responsabilità assoluta: era il governo delle iniziative e del movimento, delle strumentalizzazioni; la lotta contro chi voleva un sindacato diverso senza mettere in discussione il gruppo dirigente. Eravamo i protagonisti delle lotte dopo essere stati scioccati dal periodo di solidarietà. Era indispensabile, per lui, una ricomposizione del sindacato e bisognava scioperare preventivamente, non dopo le decisioni. I lavoratori dell’industria erano al limite della sopravvivenza. Nel rapporto con i socialisti non bisognava farsi strumentalizzare dai rapporti di parte e fare riferimento ai fatti, ricondurre il sindacato al suo ruolo e non vedere, se ci dava il ministro socialista o quello democristiano. Sartori disse che dalla crisi si usciva con la rivoluzione industriale, che cambiava tutti i rapporti, compresi quelli sociali. Bisognava trovare nuove proposte di contrattazione per le nuove figure industriali. Secondo lui all’Ansaldo ci giocavamo molte cose, compresa quella di rappresentare, come partito, tutti i lavoratori.
A distanza di tanti anni, devo dire che Franco aveva visto giusto. Molte cose da lui previste si sono poi verificate; però quanto successe dopo, non fu solo per destino cinico e baro, ognuno di noi, per quanto ci compete, ha le sue responsabilità, politiche e morali.

Dispiace scrivere di Franco, sia in bene che in male, sapendo che non potrà leggerlo, perché prematuramente scomparso, lasciando un grande vuoto. Al suo funerale, altri più bravi di me lo ricordarono Airoldi, anche lui scomparso in giovane età nel Febbraio 1999, e Trentin nei suoi pregi e nei suoi difetti; loro lo conobbero solo nel sindacato, io, anche in fabbrica. Lo vidi in produzione e tra quei giovani che si battevano per la conquista dei CdF, della democrazia e per l’unità sindacale. Non lo conobbi in qualità di segretario della sezione di fabbrica, ma, fui felice di averlo come dirigente sindacale, in particolare negli anni 80. In piazza Baracca, nella sua Sestri, in molti ci siamo accorti (cinici presenti compresi) di aver perso un compagno capace di vedere più in là di tanti ari. Uno a cui il sindacato tutto deve ancora dare qualcosa, anche se non sempre aveva ragione e non sempre si era d’accordo con lui. Io, mi rimprovero di non essermi preoccupato di portare in piazza lo striscione della fabbrica e di far sventolare sulla bara la bandiera della sua sezione…….

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A Tea Benedetti

(messaggio in mailing list DS Genova)

Parlare della Tea, significa ricordare le grandi lotte del movimento operaio genovese.
Con lei se ne va un'altra figura storica, una combattente per l'emancipazione femminile e la crescita della classe operaia. Tea ricorda la solidarietà sviluppata per la vertenza Biella prima e Impermeabili San
Giorgio dopo. Lotta quella, che coinvolse il mondo politico, sociale e intellettuale. Alla Biella a portare solidarietà, materiale e morale, a parlare con la Tea, vi sono andati tutti. Ricordo in particolare il mondo
del teatro e dello spettacolo.

Come lavoratori dell'Ansaldo campi e sezione del PCI di fabbrica avevamo un rapporto speciale. Non v'erano nostre iniziative politiche, sindacali, oppure un congresso o una festa dell'Unità, senza di lei. Con Margherita era la nostra consulente speciale, la compagna che spingeva i maschilisti operaisti ad interessarsi della questione femminile. Della Tea potrei parlare per delle ore, lo faccio nella mia autobiografia, la voglio ricordare qui, anche perché mi è stata vicino quando un dolore colpi, la mia famiglia per la perdita di Antonietta, che con lei condivise l 'onere e l'onore della lotta dell'impermeabile San Giorgio. Ciao Tea, grazie per quanto ai fatto e lasci a noi, tuoi allievi e compagni.


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a "U Dria"

(tratto da storia di lotte, Lutti e Letti)

"....Per Bozzo (Dria), era positivo avere aperto il congresso agli invitati, segno quello, di una grande maturazione in atto. Gli obiettivi erano quelli di non restare all'opposizione. Occorreva rafforzare e qualificare la nostra presenza nelle cellule e nel CdF, in quanto troppo deboli, per un partito che rappresentava il 33% della forza lavoro solo con gli iscritti senza contare i simpatizzanti. Dria criticò anche la federazione, per la mancanza di verifica del lavoro svolto in fabbrica e per non avere avuto una riunione, valida e all'altezza dei problemi di fabbrica. (Era saltato un accordo sulle commesse di lavoro Svedesi e Sovietiche ed occorreva colmare il vuoto). Fu critico anche col vertice dell'FLM. Sostenne il dialogo con gli impiegati, per marciare insieme sui problemi comuni. Concluse, dicendo di darci una scrollata, in quanto ci giocavamo l'autonomia e l'economia della classe operaia...."

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a Maurizio Albini

Un Ansaldino candidato al Parlamento

Le brutte notizie arrivano sempre quando meno te le aspetti. A volte vorresti essere lontano non rintracciabile, non esserci per non saperle. E' quello che avrei preferito oggi, dopo aver ricevuta la telefonata del segretario dei DS Ansaldo.
Domenica è morto un compagno: Maurizio Albini. Forse non tutti nel partito lo conoscono. In questi ultimi anni, dopo la morte del suo giovanissimo figlio, ed alcune vicende legate alla RSU ed al sindacato, Maurizio s'era messo un poco in ombra. Tuttavia grande rimane il suo impegno politico e sociale nel mondo del lavoro ed indimenticabile la sua instancabile ricerca di ogni soluzione possibile per risolvere i problemi dei lavoratori e quelli di un'azienda che dal 1980 naviga in acque non calme.
Albini entra a far parte del Consiglio di Fabbrica dell'Ansaldo campi con l'ondata di rinnovamento giovanile degli anni 78-80. Gli avvenimenti di quel periodo e la necessità di impegnare molti compagni nelle attività politiche e sindacali, fanno crescere in fretta i nuovi quadri politici e sindacali in fabbrica. Prima entra a far parte dell'esecutivo e successivamente negli anni iniziali della grande ristrutturazione Ansaldo, viene eletto esentato del Consiglio di Fabbrica. Sono anni duri, momenti di lotta e confronto.
La CIGS innanzitutto e il graduale smantellamento di alcuni comparti dell'Ansaldo.
Maurizio si trova ad affrontarli quasi da solo. In seno al CdF molti "compagni" avevano preferito strade diverse oppure avevano presi periodi "sabatici" per rigenerarsi. Anche il PCI era in un momento di "riflessione" e nel sindacato il confronto sul futuro dell'industria genovese era alto e spesso vi era uno scontro con le organizzazioni di fabbrica.
In qualità di segretario del PCI di fabbrica, sebbene soggetto alla CIGS, mi adoperai per sostenere Maurizio in quel compito difficile; trovare le soluzioni organizzative e politiche anche in sedi estranei al CdF. Gli stetti vicino nei momenti di scoramento. Devo dire che ebbi anche io il suo sostegno, in altri momenti e per altre vicende, anche personali.
Maurizio, crebbe, portò avanti il suo compito senza cedere mai alla stanchezza fisica e neppure allo scoramento. Divenne punto di riferimento   per tutti, in fabbrica e fuori di essa. In pochi anni conquistò la fiducia dei lavoratori del sindacato e del partito, nonché il rispetto della direzione aziendale.
Tanto è vero che alle elezioni politiche il PCI lo candidò al Parlamento. Naturalmente era una candidatura onorifica, il solito riconoscimento ad un quadro operaio meritevole, uno che poteva portare voti.
Indubbiamente Maurizio lo meritava e per come la pensavo, in quel momento, anche di essere eletto. Genova, i lavoratori in genere e soprattutto gli Ansaldini, avevano bisogno, per come andavano le cose in quel periodo, di un operaio al parlamento.
 Parliamo però di quella campagna elettorale.
In Liguria avevamo 13 parlamentari (5 senatori su 10 e 8 deputati) Era possibile attraverso gli apparentamenti prenderne altri due 1+1. Occorreva lavorare sodo e bene, per ottenere quel risultato. Per quanto mi riguardava, m'impegnai a fondo, oltre che per il partito, anche per un solo candidato in cui credevo:  Maurizio, il giovane esentato della FIOM di fabbrica. Il partito, fatte le dovute valutazioni, tenuto conto delle amministrazioni locali, dei giovani, delle donne, degli ambientalisti, della rotazione ecc. lavorava per l'affermazione di Natta, Montessoro, Bisso, Schelotto, Castagnola, Chella, Forleo a Genova, Torelli e Berio a Imperia, Scardaone e Lagorio a Savona, Giacchè e Cordati a Spezia. Tra i candidati genovesi alla camera come "comprimari" vi erano Albini, Pezzini, Prefumo, Tullo e Gino Paoli, due donne rappresentative, un giovane della FGCI, un cantante affermato, il nostro operaio.
Maurizio non era molto conosciuto nel partito, lo era poco anche nell'ambiente regionale sindacale. Tutti i candidati ottennero un alto consenso nelle 109 riunioni delle sezioni genovesi. Parteciparono alla discussione oltre 2000 compagni dei comitati direttivi. Certo non mancarono altre candidature ed anche contrarietà. Il tutto, però, avvenne in una discussione reale e positiva. Solo la sezione Lenin bocciò la lista accusando di intempestività la segreteria. Alla stesura finale vi furono però novità provenienti dalla disponibilità
di alcune personalità, segno questo, della rottura dell'isolamento del PCI, che portò la direzione nazionale a modificare atteggiamenti già assunti.
In Liguria capolista era Natta, però, per la prima volta nel PCI, furono
due. Il secondo era il segretario Regionale Montessoro. Il terzo, rispettando l'ordine alfabetico, era Albini. Venne il dubbio che qualcuno si preoccupò, perché il rispetto dell'ordine alfabetico, poteva far saltare i "bilancini" delle preferenze, vista la tendenza a votare i candidati del mondo del lavoro e i primi della lista.
In fabbrica, molti compagni e lavoratori credevano a quella candidatura. L'opinione, diffusa era che un operaio valido, come Maurizio, in quel momento particolare per Ansaldo e l'industria Genovese, ci voleva proprio al Parlamento.
Nel partito però, questa esigenza non si sentiva. Nel tal caso, operai che potevano essere eletti vi erano. Anzi, personalmente sono convinto che si volle evitare questo "rischio", candidando compagni rappresentativi nel solo ambito ristretto del quartiere o del posto di lavoro. Tuttavia, la campagna elettorale non era facile, vinceva chi portava i propri elettori al voto.
Questo valeva anche per i candidati. Era possibile il cambiamento cosi come eleggere un operaio. Mentre la DC con Formigoni e Rosati mobilitava le ACLI e la Chiesa, noi dovevamo coinvolgere le sezioni e gli iscritti, far conoscere i candidati, i problemi e le nostre proposte. Gli argomenti erano sempre quelli, con l'aggiunta dei guasti del pentapartito, le proposte sull'ambiente e la carta delle donne.
Anche gli strumenti in prevalenza erano quelli tradizionali, con uno sforzo ad anticipare le Feste dell'Unità di quartiere, chiudere il tesseramento e lanciare la sottoscrizione, che significavano rapporto con la gente e con gli iscritti. In qualità di segretario della sezione e, pratico della macchina
elettorale, cercai di influire sull'organizzazione. Si trattò d'inserire quanto più possibile, Maurizio nelle varie iniziative. Infatti partecipò
a due comizi con Natta, uno davanti alla fabbrica e allargato al quartiere e a quello di chiusura in largo XII Ottobre. Poi, uno con Garavini a Cornigliano ed altri con Castagnola e Forleo. Prese parte ad un dibattito in una TV privata e fece diversi incontri, grazie ai compagni di fabbrica, che militavano nel territorio.
Nella programmazione della campagna e del materiale propagandistico, si scelse di fare pezzi mirati a questioni specifiche. Ogni sezione doveva gestirsi le iniziative, toccando il territorio di competenza. Come al solito, però, si splafonò, i pezzi si sovrapposero e le iniziative anche. Qualche candidato si finanziò pezzi di pubblicità al di fuori di quella programmata dalla federazione.
Per quanto riguardava Albini, nei bigliettini il suo nome appariva solo in quelli del suo quartiere ed in quelli della fabbrica. Si trovava in compagnia dei pezzi forti della lista, poca cosa rispetto agli altri. Il "tamtam" a favore di Maurizio, cominciammo a suonarlo in diversi, tra i metalmeccanici e l'ambiente collegato. Vi era però una concorrenza che faceva perno sulle questioni delle crisi aziendali e sui provvedimenti, che Parlamento e Governo dovevano adottare. Da solo, il tamtam non era sufficiente. Non bastava neppure, l'impegno di qualche compagno funzionario della FIOM e della CGIL. Serviva
un lavoro più capillare e tanti pezzi di propaganda da sviluppare e distribuire.
Procuratomi i bigliettini delle varie zone, ne stampai circa 10.000, modificandoli e inserendo altri due nomi tra cui Albini. Escluso Natta, cancellai i candidati, che comunque avrebbero fatto il pieno di preferenze. Da un opuscolo con il curriculum di tutti i candidati, distribuito dal partito, fotocopiai quello di Maurizio facendone volantini con fotografia, stessa cosa feci con le schede Fac simile. Stampai 18000 pezzi, che distribuii ai singoli compagni in fabbrica, nelle sezioni territoriali, nelle SMS cittadine. Per quanto riguardava la
provincia, mi affidai ai compagni del sindacato. Questi avevano promesso di attivare i compagni più rappresentativi, nelle fabbriche più significative della Regione. Ad elezioni finite, scoprii che migliaia di quei pezzi, rimasero nei cassetti o nelle macchine dei compagni. L'organizzazione messa in piedi non rispose perfettamente, ma ottenne grossi risultati. Considerato il fatto che, la settimana precedente il voto, vi fu il "serrate le fila", il porre rimedio alla scoperta dei "Modì" con la caccia agli eventuali colpevoli.
Malgrado la macchina elettorale fosse bene avviata, si sentiva che vi era da recuperare, che l'insieme, giocava a sfavore del PCI. Negli ultimi giorni, si lanciò l'appello alle sezioni a restare aperte. A contattare la gente, a spendersi ogni atto e parola nelle ultime battute. Ciò nonostante perdemmo le elezioni, ma Maurizio ottenne un grosso risultato: fu il primo dei non eletti in città.
Come al solito e come sempre, quando si perde, iniziò il solito dibattito sui perché e i per come. Si sostenne, che era giusto discutere di tutto e su tutto per poi fare sintesi. Si scoprì, che molti iscritti non avevano votato, la nostra campagna e la nostra immagine erano state debole, la chiesa e la Confindustria avevano determinato il voto. Poi, vi era la decadenza della politica e dei valori ideali, da Rocco Trani a Cicciolina e alla mafia. La politica spettacolo, per cui, non si guardò i programmi. Eppoi i giovani e il lavoro, il disprezzo per gli sprechi e i partiti. Inoltre, Cipputi, il sindacato, le lotte, le ristrutturazioni, la partecipazione e la democrazia, i CdF, la conferenza di Milano, le condizioni dei lavoratori, Pizzinato, i Cobas e i ferrovieri, il corporativismo, la centralità del lavoro, il 76 e il compromesso storico ecc. Si fecero tante analisi, critiche e proposte, tanta schizofrenia e piangersi addosso, per poi, ripartire dall'alternativa, da Firenze, dalle donne, dal rapporto col PSI, dalle risoluzioni del C.C. e da Achille Occhetto vicesegretario del partito. Negli ultimi anni avevamo fatto profondi cambiamenti in noi e nella società, altri ne abbisognavano, anche strutturali. Per questo si doveva tenere unito il partito, rilanciandolo.

14 settembre 2005

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