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LA
FABBRICA DEL NONNO
Ricordi d'infanzia tratti dall'autobiografia:
Storia di Lotte , Letti e Lutti
In quel periodo nonno Pasquale aprì
una fabbrica in proprio, chiamando tutti i figli alla sua gestione.
La famiglia
aveva antiche tradizioni di professionalità e d'esperienza nella lavorazione
del castagno e nella costruzione delle ceste. Mettersi in proprio significava
nuove possibilità, più occasioni, in un mestiere in cui tutti i componenti
erano i migliori in paese.
Intanto per me era iniziato il periodo della scuola:
frequentavo la prima elementare. Al mattino venivo accompagnato da un
garzone di papà. Anche lui andava a scuola e, pur essendo più
grande di me, continuava ad essere ripetente. La sua era una famiglia
molto povera, la madre era vedova e con tre figli, per cui fin da piccolo
fu costretto a lavorare. La sua presenza nella nostra casa era dovuta
al fatto che, aiutando Mamma e Papà, imparava il mestiere. Siccome
dedicava al lavoro più tempo che allo studio, ripeté per
tre volte la seconda elementare e abbandonò definitivamente la
scuola. Probabilmente, visto che alla sua età era ancora a quel
punto, si vergognava, ecco perché accompagnatomi a scuola
e assicuratosi che fossi in aula: (veniva a guardare dalla finestra) lui
marinava andando al mare.
“Il Lavoro la Scuola la Colazione”
Con l'apertura della nuova fabbrica a conduzione familiare,
papà andava via al mattino alle cinque, per ritornare a casa la
sera verso le venti, qualche volta anche dopo ,perché rimaneva
a preparare le macchine per lindomani.

Mamma contribuiva al bilancio familiare lavorando
le ceste a domicilio. Nel lavoro, per un certo periodo fu aiutata dal
garzone, lo stesso che mi accompagnava a scuola. Erano oltre duecento
le famiglie che svolgevano l'attività a domicilio.
La costruzione della ceste, peraltro, utilizzava anche i bambini. La messa
in opera del fondo della cesta e del coperchio veniva fatta sul pavimento.
I ragazzi e le ragazze, per la loro agilità, erano più facilitati
nella prima fase di lavoro.
Le famiglie che non avevano figli, spesso ricorrevano a dei garzoni, che
pagavano a cottimo. A volte nelle grandi famiglie, in grado di produrre
più di cento ceste in un giorno di lavoro, venivano svolte delle
vere gare di velocità.
Guardare i ragazzi e le ragazze, inginocchiate a terra, per comporre il
fondo, era spettacolare e disumano. Piroettavano attorno al fondo come
tante scimmiette e, come tante bertucce, avevano il culo dei pantaloncini
tutto consumato.
Questo tipo di lavoro provocava una deformazione delle fragili ossa in
fase di sviluppo, che spesso incideva sulla crescita. Parecchi erano i
casi di scoliosi e di callosità sul collo dei piedi, sulle ginocchia,
nelle mani. Quest'ultime diventavano rudi, macchiate di nero e quasi deformi,
a causa dei tagli e dell'utilizzo della mannaia che di continuo
si teneva stretta in mano e che provocava pure l'angioneurosi.

L'insieme della lavorazione coinvolgeva tutta la famiglia,
per produrre un numero di ceste che economicamente erano una miseria,
rispetto al lavoro e ai sacrifici richiesti. Io ero ancora troppo piccolo,
per essere direttamente messo in produzione, anche se altri miei coetanei,
in altre famiglie, erano già in grado di costruire il fondo della
cesta e del coperchio. Mamma e Papà volevano per noi figli l'istruzione
innanzitutto; per questo finche hanno potuto, ci hanno tenuti fuori dal
mestiere.
Uscito da scuola, tuttavia, raggiungevo papà. In fabbrica la lavorazione
era assordante a causa del rumore delle macchine che spaccavano in due
il tronchetto di castagno. Vi era molto caldo a causa delle fornaci e
del vapore acqueo prodotto dalle grandi caldaie. Il legno di castagno,
dal diametro che variava tra i quattro e i dieci centimetri, veniva segato
in diverse misure.
Si evitavano sprechi e si eliminavano le impurità dei nodi dalle
misure più importanti, soprattutto da quelle che servivano a fasciare
la cesta. Dopodiché veniva bollito per ore nelle caldaie
di rame lunghe due metri per uno e venti, profonde un metro e cinquanta
e poste una di fianco all'altra. Esse poggiavano su una base di mattoni
refrattari, che lasciava il fondo scoperto alle fornaci sottostanti. Le
fornaci avevano un camino unico, comunicante con una ciminiera alta che
sovrastava la fabbrica. Il fuoco sotto le caldaie veniva mantenuto
sempre acceso, ed il materiale all'interno vi stazionava in attesa di
lavorazione.
Il continuo bollire era necessario per mantenere il legno sempre caldo
ed evitare che si impregnasse d'acqua. In tal caso la lavorazione in sfoglia
era pregiudicata, in quanto il castagno imbevuto, anziché sfogliarsi,
si sfilacciava. Per mantenere sempre accese le fornaci, si utilizzavano
gli scarti del castagno e le cortecce. L'addetto alla bollitura arrivava
in fabbrica all'una di notte, per accendere i forni e far sì che
il materiale fosse pronto e cotto per le sei del mattino.
Normalmente la giornata lavorativa in fabbrica si basava sulla trasformazione
in legname del contenuto delle due caldaie, riempite la sera prima e portate
ad ebollizione. Solitamente questo avveniva in otto o nove ore di lavoro
effettivo,fermandosi due volte nell'arco della giornata, alle otto del
mattino per fare colazione, alla mezza per il pranzo.
La sosta per la colazione era qualcosa di più che la semplice necessità
di rifocillarsi. Fermate le macchine e la sega, ci si metteva seduti all'esterno,
(sera bel tempo) sul piazzale adibito a deposito del legno da lavorare.
In quella sosta v'era una storia di costume e d'usanza, non era solo un
diritto sindacalmente acquisito. Si consumava il cibo che di solito era
formato da pane caldo, tipico calabrese, imbottito a volte solo con un
po d'olio d'oliva, altre con olio e acciughe salate, altre
ancora, con peperoni oppure con uova fritte, ed anche con specialità
locali come: melanzane alla giardiniera, pomidoro secchi o tonnetto sott'olio,
oppure semplicemente con pomidoro freschi. Durante la sosta si evitava
di parlare di lavoro, si discuteva di tutto il resto: politica, calcio,
donne, figli e famiglia, oppure si raccontavano barzellette e pettegolezzi
paesane.
Quella mezzora era sacra, durante la sosta non veniva servito nessuno,
anzi, se arrivava qualcuno, lo si invitava a sedersi e a bere un bicchiere.
Papà però era una eccezione, spesso saltava colazione e
pranzo, oppure mangiava mentre metteva a punto una macchina, o affilava
un coltello della stessa che non tagliava più.
Il legname veniva tolto dalla caldaia, cominciando dalla misure più
piccole. Due esperti, con apposita mannaia, aprivano perfettamente a metà
il tronchetto bollente, togliendole anche la corteccia, che per la bollitura
veniva via tutta intera.
Quando, dopo la scuola, andavo in fabbrica, oppure quando portavo a papà
la colazione ed il pranzo, mi fermavo a mondare i tronchetti (togliere
la corteccia), bruciacchiandomi le mani. Ero contento di farlo, mi sentivo
utile e importante quando lo raccontavo ai miei amici e compagni di scuola.
Quel lavoro di mondare, lo facevano anche gli altri, che attendevano
di pesare il materiale che utilizzavano a domicilio. In inverno, era anche
un modo per scaldarsi le mani.
Il legno, spaccato e mondato, subiva ulteriori divisioni dalle macchine:
prima attraverso una di sgrossatura, dopo in quella di rifinitura, sino
a diventare una sfoglia leggerissima, spessa un millimetro. Il legname
cosi lavorato era pronto per essere assiemato e cucito, per fare le ceste
ed anche qualcosaltro.

Papà e i suoi fratelli erano bravissimi nel
fare altre cose oltre le ceste. A tempo perso, cioè la sera, oppure
nei giorni di festa, utilizzando le parti più pregiate del legname
e colorandolo, costruiva ventagli, cestini per la frutta da tavolo, gettacarte,
rivestimenti di bottiglie e damigiane, grandi e piccole che fossero. Papà
costruiva caratteristiche miniature, che poi riempiva di dolciumi tipici
e regalava nelle feste. Costruiva anche bauli per trasporti eccezionali
e culle per neonati. Queste sue capacità erano apprezzate da tutti
e papà, con tutti, s'impegnava per accontentarli. In paese non
vi era casa o ufficio e studio, ove non vi fosse un oggetto artigianale
costruito da papà o dalla sua famiglia.
Il mestiere, svolto a livello artigianale, con la professionalità
di papà, dava solo molta riconoscenza. L`artigianato, pur apprezzato,
non veniva pagato quanto meritava. Questo non solo riferito alla professionalità,
anche al tempo impiegato. Il castagno nella lavorazione è diverso
dal vimini, dalla canna, dalla paglia e dal bambù; occorre professionalità
e fantasia per renderlo anche bello.

La costruzione della cesta,
utilizzata per il trasporto ortofrutticolo, veniva svolta a domicilio,
con lavoro a cottimo, contrattato sindacalmente. Esso si basava sul peso:
tanti chili di grezzo fornito, tante ceste. Coloro che riuscivano a costruirne
più di quanto stabilito: il surplus veniva pagato extra, per intero,
come se il produttore, oltre al valore aggiunto, avesse fornito anche
la materia prima.
Di solito con il surplus, s'arrotondavano le entrate economiche in casa.
Il surplus era possibile se si sfruttava bene il materiale, se veramente
capaci, oppure a scapito della qualità del prodotto confezionato.
Chi ne approfittava, producendo male, di solito veniva rimproverato dal
principale. Se la cosa perdurava, non gli veniva più concesso legname
da lavorare.
Il surplus prodotto dalle famiglie faceva gola ad alcuni (trafficoni di
contrabbando), che non erano proprietari dei mezzi di produzione. Questi
erano disposti a pagare più del padrone che forniva il materiale;
essi non avevano a carico spese sociali per il mantenimento degli impianti
e per i lavoratori a domicilio.
A volte, erano gli stessi principali a dare la caccia al surplus delle
famiglie degli altri concorrenti specie a quello delle famiglie professionalmente
capaci. Questo serviva ad aggiustare la qualità del loro prodotto.
Ogni principale marcava con una striscia colorata le ceste della sua produzione,
ognuno adoperava un colore diverso dall'altro. Il surplus era anonimo,
senza fascia, se qualche famiglia la metteva, adoperava il colore
del principale a cui vendeva. Questo però era un rischio che non
veniva perdonato.
Le famiglie di solito preferivano "Il trafficone", perché
non volevano far sapere al proprio principale, quanto surplus erano in
grado di produrre. Il motivo, molto semplice, era dovuto al fatto che,
in caso di rinnovo daccordo sindacale, il trafficone non partecipava
alle trattative. Mentre gli impresari si e, potevano mettere in
discussione le precedenti percentuali concordate, tra prodotto
grezzo fornito e prodotto lavorato restituito. D'altronde gli impresari
dovevano garantirsi; s'impegnavano su diversi fronti: con i boscaioli,
comprando l'intero bosco; con i clienti sulle forniture e sulla qualità;
con le famiglie, a cui garantivano l'intera stagione ...............
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