Intervento al congresso di sezione sulla nascita del PDS

Gennaio 1991

Com’è mia abitudine, da quando milito in questo partito, forse per l’educazione ricevuta dai compagni con cui ho avuto l’onore di lavorare in fabbrica e nella sezione, apro il mio intervento al congresso partendo dalle nostre realtà.
Da anni, lo diciamo sempre ai congressi la nostra sezione soffre di una malattia che io chiamo “disfunzione apatica” accompagnata da emorragie interne.

La prima e riferita all’organizzazione e al grado d’iniziative politiche che abbiamo portato avanti. La seconda alla % d’iscritti e attivisti che ci ha abbandonato ho si sono ritirati dall’attivismo politico per altre strade e altri impegni compresi quelli famigliari.

Non voglio soffermarmi molto su questo. Tutti sappiamo di cosa parliamo. In questi ultimi anni, principalmente dopo l’unificazione delle tre sezioni, un tentativo di rimonta e stato accennato, ma condizioni oggettive e soggettive hanno impedito una reale ripresa.
Nel congresso d’unificazione, cosi come nell’ultimo, avevamo affermato che le sezioni di fabbrica, aldilà del tipo di partito e d’ogni possibile innovazione portata avanti, dovevano continuare ad avere un ruolo di primaria importanza nel partito, se si vuole veramente un’organizzazione politica presente e radicata nel mondo del lavoro. Eravamo convinti, personalmente lo sono ancora, che era giusto pensare a qualcosa di diverso delle attuali situazioni, più rispondenti alla realtà (la sezione di tutto l’Ansaldo) ma eravamo altresì convinti, che qualcosa andava ripensato anche a livello federale e nazionale.

Pensavamo ad un ruolo delle sezioni di fabbrica capaci di esprimere un giudizio ed un intervento autonomo nelle politiche industriali aziendali e nell’interfaccia che vi sono con la politica sindacale e con i suoi aspetti organizzativi.

L’ambizioso obiettivo di raggiungere un livello organizzativo e politico unitario in tutta la realtà Ansaldo almeno a livello genovese, devo affermare che ad oggi non e riuscito, per non dire che è fallito. Certamente nel ricercare le cause, c’è né per l’asino e chi lo mena, cioè all’interno della sezione e di questo gruppo dirigente. Ma tante ve ne sono altrove. Nel sindacato, nella FIOM CGIL, nel partito a livello nazionale e nella federazione di Genova.

L’imputazione ovviamente e dovuta al tipo di scelte che non sono state fatte. Oppure non fatte, per quel che riguarda le politiche industriali riferite, nel nostro caso, all’Ansaldo. Alle scelte organizzative per quel che riguarda le istanze di base in generale che ci hanno messo in difficoltà. In parole povere, a mio vedere, aldilà delle proclamazioni e degli slogan è venuta e sta venendo avanti una logica ed una concezione che impedisce alle istanze di base, in questo caso ai CdF e alle sezioni di fabbrica, d’essere partecipi e protagonisti nelle discussioni assunte e soggetti reali di confronto per ciò che li riguarda direttamente nei posti di lavoro e nella società.

Viceversa, si assiste sempre più ad una prassi accentratrice e burocratica, fatta di decisioni già assunte e d’analisi già compiute che il solo tentativo di metterle in discussione, aprono conflitti e strani atteggiamenti che non disdegnano di scendere sul piano personale. Per cui, si valutano e si misurano i compagni e il singolo secondo il grado d’affidabilità che questo presenta, nei confronti di quanto e stato deciso da altri al di sopra di lui.
Esprimo questi giudizi (che per qualcuno possono essere eccessivi, ma se analizziamo la nostra realtà con annessi e connessi, eccessivi non sono) per lo stato di cose che ci circonda e che viviamo tutti i giorni.

Le problematiche che investono i lavoratori dell’Ansaldo, le denunciava Biagio, sono ormai tanto gravi che occorrono comportamenti, atteggiamenti, decisioni politiche e sindacali, che devono mutare rotta di 90 gradi rispetto a quanto fatto finora. Vanno riviste analisi e comportamenti sindacali sia con riferimento alle politiche industriali sia con riferimento soprattutto agli aspetti organizzativi e di rappresentanza. Non è più possibile reggere il tipo di rappresentanza sindacale cosi come si è venuta a configurare, tanto meno è impossibile perseguire questo tipo di rapporto instaurato tra struttura interna e organizzazione esterna. Il riferimento non è solo alla divisione sindacale, ciò riguarda in particolare la nostra organizzazione sindacale, che sul piano dei rapporti e del coinvolgimento, della partecipazione e della democrazia, ha sempre sventolato una bandiera diversa dalle altre OO.SS, ma che oggi si rischia di calpestare nel nome di un apparato burocratico isolato dal mondo del lavoro e lontano dai problemi dei lavoratori, che pensa solo ad autoriprodursi.
Forse qualcuno considera fuori luogo queste considerazioni, per me non lo sono. Non lo sono perché, il dibattito che stiamo facendo con questa tornata congressuale, inciderà molto anche sulle vicende nostre, sia sindacali sia riferiti alle condizioni di vita e di lavoro e quindi, di rapporto e relazioni industriali.

Come tanti compagni si ricorderanno, in occasione del precedente congresso, fui travagliato, come tanti, nello scegliere in che mozione stare. Dissi anche che mi facevano paura quei compagni che subito non avevano avuto dubbi. Io i miei dubbi li avevo, le mie perplessità non li ho nascoste. Ciò che non mi convinceva mi sono sforzato di farlo capire. Ciò nonostante decisi di votare per la proposta del compagno Occhetto. Anche perché in alcune cose mi riconoscevo, cosi come riconoscevo indispensabile una svolta ed un profondo rinnovamento. Decisi di stare nel Si’ perché la proposta era se aprire o no una fase costituente pur avendo io molte perplessità su una nuova formazione politica. Devo dire che in quest’anno trascorso, non sono venute nuove novità da farmi ricredere e dissipare i dubbi, che erano e sono tutti di natura politica.

Quanto e successo oppure non e successo, mi portano oggi ad insistere su alcune mie convinzioni. Sia ben chiaro, oggi stiamo discutendo di cosa deve essere il nuovo partito che stiamo costruendo. Ed in questo partito che sarà il PDS con il suo simbolo, che a me sta bene voglio stare. Starci con la mia storia, che è storia di comunisti italiani. Con le mie radici, le convinzioni e le concezioni di un partito della sinistra. Veramente ancorato ai suoi principi di giustizia, solidarietà, uguaglianza, che stanno alla base dei valori del mondo del lavoro. Un partito veramente ancorato al mondo del lavoro nella sua complessità.
Qualcuno ironizza o fa delle sottigliezze quando si dice che si vuole un partito di sinistra. Io non credo che ci si possa scandalizzare per questo.

Soprattutto se pensiamo che qualche altro ritiene superate queste collocazioni ho se ricordiamo alcune scelte politiche fatte nel nome delle compatibilità che di sinistra certamente non erano. Il riferimento ovviamente riguarda una parte del nostro partito e d’altri partiti che si dicono di sinistra in occasione della vicenda della scala mobile, ma riguarda sempre questa parte del partito che ancora oggi vede ogni soluzione legata alle compatibilità.

Qualcuno ricordava, (forse Paolo) il nostro impegno sulle amministrazioni locali per garantire prima di tutto la governabilità e poi risanare i bilanci. Bene, quante scelte sono state fatte o siamo stati costretti ad accettare nel nome delle compatibilità senza avere la forza di ribaltarle o contrastarle perché iniqui e impopolari, che certamente nulla hanno a che fare con la sinistra. Esempio per tutte a noi vicino, la questione delle rette scolastiche e quella delle multe. Certo e tutta colpa degli altri lo so! Ma in politica la fustigazione moralista non ha mai pagato. Risanare i bilanci facendo pagare sempre gli stessi non è una scelta di sinistra.

Cosi come non è di sinistra compatibilizzare i giusti bisogni dei lavoratori con le esigenze e gli interessi delle imprese e dei padroni. Un partito che vuole veramente stare a sinistra nei fatti e non solo nelle enunciazioni deve porsi il che fare per rompere le compatibilità. Certamente non penso ad un partito Robin Hood, ma ad un partito che lotta per risolvere i problemi della gente in un’ottica diversa da quella che caratterizza questo tipo di società consumistica e capitalistica. Non ho esempi da portare, né di modelli falliti, perché non ero e non sono legato sentimentalmente a questi modelli, né di modelli possibili esistenti, non vedo in nessuno la realizzazione di quello che voglio.

Ovunque esistono storture e contraddizioni, certamente chi più chi meno, società socialmente avanzate, ma ancora insufficienti per potersi definire ideali. Quindi penso ad una società tutta da costruire ed ad un partito che lavora per questo. Che lavori per una democrazia veramente compiuta nei rapporti sociali sia nei rapporti economici che nei rapporti politici. Io non credo che basti dire che la democrazia, i lavoratori, i consumatori, i cittadini la conquistano organizzandosi per... Cosi come non penso alla cogestione o all’autogestione, quando Bassolino parla di partecipazione alle decisioni dell’impresa. Semmai si tratta di uscire da un modello ormai in crisi, il Fordismo, e ridisegnare un modello nuovo d’impresa comprensivi d’autogoverno e d’autonomia dei lavoratori.

Dove la valorizzazione del lavoro e dei lavoratori siano garantiti. In parole povere senza tante disfunzioni sociologiche e filosofiche, ciò che m’interessa è contare, decidere, dire il mio punto di vista e battermi per questo su tutto ciò che mi riguarda indirettamente e direttamente. Quindi uscire da una concezione della democrazia, caratteristica di tutti i paesi europei, piena di procedure e modalità, di una democrazia rappresentativa, quindi di considerarla modificabile flessibile e non rigida, renderla capace di una modificazione dei rapporti di forza e di potere nella società e nella qualità della vita, in favore delle classi subalterni e soprattutto dei lavoratori. Dopo di che chiamiamola come vogliamo e stabiliamo se è più giusta la democrazia conflittuale ho la pratica critica della democrazia più consoni alla conquista del socialismo.

Certamente io sono convinto che questa pratica comincia soprattutto da noi. Quindi quando dico un partito democratico, intendo quello che il compagno Salvatore diceva nella sua introduzione rispetto alla nostra struttura organizzativa e alla democrazia interna. Sono d’accordo che tutti gli iscritti possono e devono esprimere un loro giudizio sulle scelte e sulla vita del partito. Ma sono convinto che noi abbiamo bisogno di un partito di militanti attivi e attenti, in grado di capire, lavorare, battersi per la trasformazione della società. Un partito di tifosi ho d’iscritti accompagnati per mano a votare senza neanche sapere di cosa si tratta mi convince un po' meno. Sono d’accordo con il rispetto della maggioranza e delle decisioni assunte. Non mi convince un partito leaderistico che pone il gruppo dirigente e il quadro attivo di fronte a scelte compiute e li chiama solo per esprimersi con un Sì o con un No.

Quando occorre sono d’accordo che vanno assunte posizioni a responsabilità personale, come compete ad un segretario, ma questo non può essere la prassi per un partito che vuole essere il fautore e protagonista del rinnovamento e della democrazia. Non mi convince un partito, dove una parte maggioritaria e poco rappresentata negli organismi dirigenti. Cosi come non mi convince, un partito puramente propagandistico ed elettoralistico, che cambia e si adegua a seconda della posta in gioco in questa o quella città, in questa o quella campagna elettorale. Dove è impossibile confrontarsi e mettere in discussione il gruppo dirigente e gli eletti. Quello che m’interessa ed è più consono a noi, per la nostra storia, la nostra concezione della democrazia, della libertà, della solidarietà e uguaglianza, è un partito che pur se rappresentativo di diverse culture e pensiero, sia un partito collettivo nella lotta per una società diversa, socialista tutta da costruire certamente, ma socialista!

Questo occorre dirlo forte, senza paura e tentennamenti, con una punta d’utopia se vogliamo, in quanto siamo un partito fatto d’uomini e donne, che hanno bisogno di sapere per cosa lottiamo. In conclusione compagni, quello che io voglio nel nuovo partito democratico della sinistra, è un partito coerente con le enunciazioni e le analisi fatte.
Coerente con le decisioni assunte, con i suoi principi, i suoi programmi e le sue linee strategiche. Quindi coerente anche verso i possibili alleati. Qui, se coerenza ha un significato l’alternativa che vogliamo non può essere al sistema di potere della DC, ma alternativa vuol dire alla DC, questo per dissipare ogni ombra di dubbio su una nostra presunta ambiguità. Alternativi alla DC non significa escludere i cattolici o chicchessia, significa soprattutto dare alla sinistra in senso lato, alle forze riformatrici, ai movimenti pacifisti ecologisti ecc., un chiaro segnale di chi siamo chi vogliamo essere dove vogliamo andare.

Per queste ragioni la mia scelta e quella di schierarmi con quei compagni che vogliono lavorare per mantenere il baricentro del partito a sinistra, nei suoi valori negli ideali negli obiettivi. Non credo che questa decisione sia sbagliata e mira ad indebolire il segretario del partito come qualcuno sostiene. Questo e falso, le ragioni sono motivate politicamente. Siamo in una discussione dove non tutto e scontato e dove, non e vero neanche l’opposto, cioè che dobbiamo ancora decidere che tipo di partito vogliamo. Molte idee basi sono già state enunciate e decise, cosi come sono state annunciate volontà di perseverare in atteggiamenti e comportamenti che, consentitemi una provocazione, ad altro non servono se non ha garantirsi posizioni di rendita.

Scelgo la proposta Bassolino perché convinto dell’unica vera novità, che va oltre il Sì ed oltre il No con l’obiettivo di unificare il partito a sintesi più alte ed evitare scissioni rompendo un monotono irrigidimento che ha cristallizzato il partito portandolo a svolgere questi congressi come una fotocopia del precedente, senza che nessuno si preoccupasse dello sfilacciamento, della perdita degli iscritti ma anzi cogliendo anche in queste occasioni l’opportunità di polemizzare, di accusarsi reciprocamente, come se stessimo vendendo delle mercanzie al mercato. Mi auguro che da questo congresso, si esca con un partito ed un Comitato direttivo dove tutti tirano il carretto per raggiungere i traguardi che tutti diciamo di volere.

 

 

1987 • con Natta


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Intervento al XX congresso provinciale

13 gennaio 1991

 Io, compagni e compagne, sono d’accordo con chi sostiene che nel discutere di che cosa dovrà essere il PDS occorre sforzarsi d’essere propositivi nel merito dei contenuti e su questo confrontarsi. Evitando per quanto è possibile di cadere nella retorica, nella dietrologia, nella nostalgia sul chi eravamo e da dove veniamo. Seppur in giovane età nel 1960 e già in fabbrica operaio e militante nel 1968, conservo di quegli anni, l’esperienza vissuta che è parte della mia e della nostra storia, senza nessuna nostalgia o rimpianti di una trasposizione meccanica e automatica per gli anni successivi sino a questi ultimi.
Ogni era ha i suoi tempi, ogni tempo i suoi anni, ciò che va bene per uno non può andare bene per sempre.

Dico questo perché ognuno di noi chi poco e chi tanto, ognuno nel suo ruolo e con le proprie responsabilità, abbiamo contribuito nella buona e nella cattiva sorte nei successi e negli insuccessi, di quello che è fino ad oggi ho che è stato fino ad ieri il PCI. Io per mio grande orgoglio in questi ultimi 25 anni, altri fortunati loro, a Salerno, nella resistenza, a Lione ed a Livorno.

Questa premessa, perché mi ha colpito Venerdì, una frase di un compagno nell’atrio, un compagno con qualche anno più di me, che conosco di vista, diceva: “Noi abbiamo costruito un gioiello e voi lo state distruggendo”, mi ha colpito il voi che non capisco chi intende e a chi si riferisce. Personalmente condivido con lui la considerazione di gioiello riferendosi al PCI, sono convinto che questo gioiello potrà continuare a brillare se tutti insieme saremo capaci di conservare le sue principali doti e le sue note caratteristiche. Quelle che gli hanno permesso di essere, per chi lo ha conosciuto bene ma anche per chi ha vissuto sotto la sua luce, il gioiello del panorama politico di questo paese. Di essere oltremodo, invidiato nella scena internazionale ed anche punto di riferimento. Il PDS potrà continuare su questa strada. Può sostituire il PCI ed assumere un ruolo d’avanguardia nel nostro paese, di fronte allo sfascio dei partiti, in Europa di fronte allo stagnamento della situazione e al conservatorismo. Nella nuova Europa di fronte al fallimento dei cosiddetti paesi socialisti. Il PDS può essere ancora punto di riferimento nel mondo soprattutto per quei partiti che vivono e lottano per la libertà la giustizia l’uguaglianza e la democrazia nei paesi del sottosviluppo o in via di sviluppo, che sono strangolati dal sistema economico capitalistico e oppressi da regimi militari e dittatoriali.

Il PDS e con lui, tutti noi che storicamente ci siamo battuti e continuiamo a batterci per i principi di giustizia democrazia autodeterminazione dei popoli, possiamo continuare a svolgere questo compito, se insieme, continuiamo a mantenere e preservare i nostri valori le nostre concezioni, il meglio di noi stessi è se a loro, n’aggiungiamo di nuovi che non entrano in contraddizione con noi stessi ma anzi che ci arricchiscono e rafforzano ancora di più.

Io non ho paura del nuovo se così concepito. Ritengo credibile l’affermazione di chi sostiene che nel PDS il meglio di noi stessi, della nostra storia e radici nel mondo del lavoro, continueranno ad essere l’asse portante. Proprio perché ho fiducia in questi compagni, che insieme abbiamo contribuito a costruire il gioiello, che affido a loro il compito di trasporre nel PDS e quindi di garantire nello statuto, nei programmi, ma poi nella pratica quotidiana questo patrimonio. Affido alla maggioranza che governerà questo partito questa responsabilità certo, non escludendomi in quanto minoranza, di contribuire nelle mie responsabilità ed a battermi per l’affermazione e l’allargamento dei valori di quello che è stato il PCI e di quello che sarà il PDS.
Detto questo compagni e compagne, resta da stabilire quali sono i valori e i principi da salvaguardare e rafforzare.

Quali sono le cose da evitare e gli errori da non ripetere. Per fare questo, ci serve chiarezza, sincerità, trasparenza, coerenza, insieme ad un’analisi, diciamo onesta, della realtà in cui viviamo con annessi e connessi e delle scelte compiute in questi ultimi anni.
Per vedere e stabilire se tutto ciò risponde a quello che noi abbiamo sempre detto di voler perseguire e a quanto da oggi in poi vogliamo perseguire.

Prima di tutto la pace, mi fermo allo slogan in quanto concordo e mi rifaccio alla terza mozione e alle cose dette da Minnucci. Sono d’accordo con chi sostiene la necessità di un’azione unitaria di tutto il partito.
Secondo, le nostre radici nel mondo del lavoro anche qui con annessi e connessi. La volontà di rivincita padronale e delle forze conservatrici in questi ultimi dieci anni, hanno portato le classi lavoratrici indietro di 30 anni. Le ristrutturazioni aziendali hanno piegato il sindacato e messo in ginocchio quella che un tempo era la categoria avanguardia delle lotte e delle battaglie per l’emancipazione e l’evoluzione dei lavoratori e del sistema politico di questo paese. Intere realtà produttive sono state spazzate via dal panorama industriale molti, sono stati dimezzati ed alcuni sono stati resi obsoleti e superate oppure non competitive a causa d’incapacità manageriali e volontà politiche che hanno perpetrato nel nome delle necessarie innovazioni tecnologiche il depauperamento delle capacità professionali e lo smantellamento d’aziende che andavano risanate rimodernate e che vecchiume non erano.

All’interno dei posti di lavoro (vale per l’Ansaldo non so se calza per altre realtà) i comunisti, siano essi solo militanti politici o anche delegati e responsabili sindacali, operiamo in mille difficoltà. Alcune di queste, ci riguardano direttamente e bisogna che ne teniamo conto, per risolvere e sopperire a sottovalutazioni ed errori commessi.

La sezione di fabbrica, da tempo versa in uno stato di semiparalisi incapace d’iniziative e presenza politica sufficientemente adeguate alle problematiche aziendali e alle esigenze dei lavoratori. Questo non perché, in mancanza di militanti capaci, ma perché, a mio vedere, in presenza di uno scollamento tra le diverse realtà Ansaldo e di una sufficiente autonomia di giudizio e di confronto con le problematiche aziendali. Sia nei confronti dell’azienda sia nelle sue interfaccia. Spesso siamo in difficoltà per scelte politiche prese o non prese a livello cittadino e nazionale che non trovano consenso tra i lavoratori e i militanti che operano in fabbrica. Spesso scelte e tattiche non rispondono e non sono adeguate alle aspettative dei lavoratori, dei militanti, agli indirizzi miranti a risolvere le questioni che investono il settore complessivamente.

Chiaro che nel partito che stiamo costruendo, la nostra presenza nei luoghi di lavoro, con cellule o con sezioni diverse delle attuali, va mantenuta. Vanno riviste in senso rafforzativo, ruolo, strumenti e capacità autonome. Cosi come vanno rivisti i rapporti tra sezione e federazione o cosa sarà.
Tra sezione e direzione nazionale almeno per quanto riguarda queste grosse realtà industriali. In fabbrica ed in generale nel mondo del lavoro le maggiori difficoltà oggi, sono dovuti principalmente al padrone o alle direzioni aziendali, tanto per non essere accusato di dimenticarmene che esistono, subito dopo a quelle derivanti dallo stato di cose createsi nel sindacato. Anche qui credo che vada rivisto il rapporto sindacato partito, in special modo con la CGIL e la FIOM, stabilendo il concetto innanzitutto di reciproca autonomia. Dove il libero confronto sulle problematiche che investono il mondo del lavoro, dev’essere chiaro e il giudizio sulle scelte compiute dev’essere libero e responsabile e non vincolante se questo, penalizza le condiziona dei lavoratori. Cosi come, dev’essere garantito, che un militante di questo partito, anche se opera in un’organizzazione diversa del partito, resta sempre un’appartenente a questo partito e di conseguenza gli si chiede coerenza, almeno un impegno di lotta coerente con i principi di questo partito.

Badate non penso e non ripropongo la cinghia di trasmissione né in un senso né in un altro. Ciò che m’interessa è che nessuno si può sentire svincolato e agire in questo senso perpetuando tra di noi una situazione da otto Settembre. Neppure dove ognuno e libero di decidere singolarmente, cose che investono e incidono su tanti. Non possono essere concepiti ed accettati prassi e metodi in compagni che occupano posti chiave nell’organizzazione dei lavoratori, manifesti d’incapacità politica e dirigenziale o valutazioni individuali, che determinano orientamenti e influenze in altre sedi, fuori dagli ambienti sindacali. Non si possono accettare pratiche e concezioni della democrazia che penalizzano i lavoratori, i CdF e li relegano ai margini nella scala dei valori e delle pratiche democratiche. Cosi come non è possibile continuare ad accettare accordi aziendali e contratti nazionali, che sono un capestro e una derisione per i lavoratori. In questo senso vanno riviste e corrette nostre valutazioni e sottovalutazioni. E’ di concerto con un’organizzazione sindacale più rispondente ai lavoratori, intraprendere una strada fatta di lotte e d’iniziative capaci di rintuzzare l’attacco portato avanti in questi anni dal padronato pubblico e privato e dalle direzioni aziendali. Nel caso Ansaldo, attraverso la ristrutturazione selvaggia ed un atteggiamento arrogante fattosi più forte con la complicità dei mass media e la copertura politica e sindacale, è stato fatto tra i lavoratori il bello e il cattivo tempo.

Utilizzando per questo l’uso discriminante e ricattatorio della CIGS arrivando a tal punto di determinare anche e decidere, che tipo di OO.SS. deve essere rappresentata in azienda e con che tipo di delegati. Si capisce da soli stando cosi le cose, in quale situazione si opera e si lavora in fabbrica, quali difficoltà trovano quei militanti che hanno ancora la forza di volontà di battersi per contrastare queste cose.
Il PDS quindi da questi problemi deve partire, dai luoghi di lavoro, dalle condizioni dei lavoratori se vuole essere coerente con le sue radici e continuare ad essere il maggior partito delle masse popolari e lavoratrici.

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